Premetto preamboli in pro di una buona comunicazione
Del cyberpunk amo soprattutto la capacità di sintetizzare infinite situazioni, nella assurdità di alcune immagini, nella poesia di certe citazioni, nella brevità di alcuni motti. Pochi generi letterari hanno raggiunto la medesima forza simbolica: il cyberpunk si è fatto estetica, e intendo la parola nel suo senso più profondo, ovvero, come un modo di percezione.
Accostare impianti tecnologici alla carne, quella pulsante e sanguinolente, non si ferma a una mera rappresentazione visiva, ma diventa critica, filosofia. Apre strade del pensiero verso l’artificiale e il naturale, non nella banalità di scegliere uno o l’altro, ma nella condizione in cui entrambi si danno, senza esclusioni e senza possibilità di scelta: la tecnologia è il destino della umanità, più dei viaggi interstellari. Potremmo non raggiungere mai nuove galassie, ma dovremmo vivere con gli sconvolgimenti di ChatGPT e i suoi replicanti. E le sue successive evoluzioni.
E mentre la tecnologia avanza, la vita si degrada.
high tech, low life
Questa è la sintesi potente del cyberpunk: supercomputer e bambini nelle miniere di coltan. E forse ci sono i supercomputer e il mio computer e questo blog per lo spreco di vita nella estrazione di terre rare. (E infatti, forse, ci sono anche io, perché non è toccato a me tirarle fuori).
Se non possiamo cambiare le cose, abbiamo almeno il dovere etico di conoscerle.
Derrida ragionò sulla decostruzione come atteggiamento di vita, e il tempo in cui ci tocca vivere è proprio l’opposto. In questa contemporaneità frenetica e consumistica si costruiscono desideri, immagini, storie… ma quante sono a portata dell’umano? Della vita?
In questi mesi in cui vivo i miei 30 anni, affronto un momento di cambiamenti, di sfide. Sono un’umanista di formazione che per molto tempo ha sognato la carriera accademica: lo studio, la ricerca e perché no la docenza in Università. Far parte di un gruppo di che agisce sul reale, studiandolo, fornendo strumenti di critica per poterlo cambiare. Ma sono arrivata ai miei trent’anni e ho capito che quella via non è percorribile. Lo avevo capito prima, ma ho deciso solo adesso di non prendere più nemmeno come pensiero la possibilità dell’accademia. Ci sono studi e statistiche e ho fin troppe testimonianze dirette di quanto la strada accademica sia ingiusta.
Non dico novità se segnalo le difficoltà che permiano il mondo dei dottorandi e delle dottorante. E anche se lo studio mi appassiona, voglio condurre la mia vita su altri binari: ho bisogno di un lavoro stabile per poter costruire i miei progetti futuri, voglio restare nella praticità della vita, dialogare con le persone nelle contingenze e non restare all’interno di una accademia che assomiglia ancora troppo a una Torre d’Avorio: solo che precaria, mal retribuita e che richiede quasi il sacrificio di un’intera esistenza.
Umanista apolide, mi tocca percorrere il cammino per ricostruirmi un’identità e uno spazio. Ho detto che il sospetto di non poter proseguire la carriera accademica mi era venuto molto prima, e già da parecchio mi sono riqualificata: ho fatto corsi, ho fatto la mia esperienza e mi posso ritenere una dottoressa in antropologia culturale che lavora nella amministrazione del personale.
Eppure ancora adesso nei colloqui e nei confronti con il mondo delle aziende, mi si chiede di giustificare il mio percorso di studi umanista (come fosse un peccato originario), in un settore pratico come l’amministrazione. Ed io che parto come migrante e persona razzializzata, ovvero categorizzata a priori, mi ritrovo, ancora una volta a dover gestire il valore di una scelta, di un percorso di fronte a una realtà che cammina veloce. Che competenze ha da offrire una laureata in antropologia culturale alle aziende sempre più digitali e tecniche?
Voglio fare con voi un percorso di riflessioni e ragionamenti. Non voglio che sia solo un soliloquio, ma vorrei che fosse un’azione partecipativa. Lasciate dei commenti con le vostre esperienze… saranno bene accolte.
Se vi interessa seguire questo percorso segnatevi gli hashtag #umanesimonelleaziende #chiacchiereconestrella.
P.S: Se De Chirico dipingesse ora… penso avrebbe il gusto della vaporwave.
Secondo P.S: sto facendo questo stesso percorso, con un altro linguaggio su linkedin. Ma in questo blog mi permetto la verbosità che un social non sostiene.
A presto col prossimo capitolo.
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