A volte mi chiedo se veramente dico quello che sento. Mi sembra che secondi dopo un’affermazione, qualcosa dentro di me si ribella e lo nega. Non ho molta voglia di spiegarmi, non ho molto da dire. Le poche parole che vorrei spendere… non c’è l’orecchio giusto. E così sento una solitudine radicale.
“Allontana da me questo calice” scriveva Vallejo. Ma anche lontano, la sola esistenza del calice mi fa soffrire. Il solo aver assaggiato vivere in quella bolla… vorrei poter tornare indietro o poter passare le pagine di queste giornate velocemente. Nessuna delle due cose è consentita. E così vivo il presente, nella sua amarezza, in un silenzio che si fa sempre più imbarazzante. Con queste parole e queste domande che mi pesano e a cui vorrei una risposta, senza avere però mai l’occasione di pronunciarle. E probabilmente qualsiasi risposta sarebbe insufficiente.
Se lo devo chiedere… è perché non lo sento. Se non lo sento, sbaglio io a percepire? O l’altra persona non si trasmette correttamente? Quando si può avere la pretesa di dire all’altro come trasmettersi?
Forse così come sono sorti, forse così si sono spenti. I fuochi, il fuoco di tutti i fuochi.
Leggo Jaspers, magari penso ad altro.
Gioco col gatto, magari mi sento meno sola.
Emergo dal buio, non per scelta, ma per fatalità.
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