-campionario letterario-
Ursula K. Le Guin è una grande scrittrice di racconti: come Borges, riesce miracolosamente a esplorare il sottilissimo confine che divide immaginazione e realtà, fantasia e realismo
San Francisco Chronicle
Questa citazione è riportata sulla quarta di copertina di “I dodici punti cardinali” (Editrice Nord, 2004), una raccolta di diciassette racconti, e credo che riassuma con grande precisione le qualità della scrittura di Ursula K. Le Guin. È un’autrice molto nota, ma per chi non la conoscesse, le sue opere s’inseriscono nel filone fantascientifico. E prima che una certa supponenza ci assalga, avverto che bisogna smettere di considerare la fantascienza come un genere letterario minore, bisogna invece prenderla sul serio, perché, proprio come la “letteratura realista”, è in grado di illuminare aspetti ignorati della nostra realtà: la possente costruzione di mondi alternativi ci parla, non solo come un divertissement, ma come lo fa l’Arte, causando in noi una esperienza estetica. Nelle parole del filosofo Timothy Morton:
L’arte non è solo decorazione: è causale. Ti causa qualcosa. I platonici avevano ragione: l’arte ha un effetto intrinsecamente disturbante (in modo carino o niente affatto carino), un effetto che non era nelle intenzioni e può pertanto essere chiamato rigorosamente demoniaco, nel senso che i demoni sono messaggeri degli dei: è un messaggio dell’altrove.
Pg. 118, “Noi esseri ecologici”
In questo senso, “The wife’s story” è un rappresentante esemplare del genere del racconto, di quello fantascientifico, ma anche in senso più ampio: dimostrando la perfezione della tecnica nella costruzione letteraria, il suo valore oltrepassa le etichette di genere.
Uno dei suoi punti di forza è la sua brevità; questa consente al lettore di ottenere quella “unità di effetto” di cui parla Edgar A. Poe nelle sue considerazioni sulla forma del racconto: è possibile leggere “The wife’s story” tutto d’un fiato, sia per la sua brevità, sia per la tensione narrativa costante che si mantiene fino proprio all’ultima riga del testo. Un’altra caratteristica individuata da Poe del racconto ben riuscito è il saper proporre, sin dalle prime frasi del testo, l’effetto che si vuole causare. Così fa “The wife’s story”: incredulità, disturbo sono le sue proposte:
Era un buon marito, un buon padre. Non lo capisco. Non ci credo. Non ci credo che sia successo. L’ho visto succedere ma non è vero. Non può esserlo. Lui era sempre stato gentile
Niente nel testo, nemmeno una singola parola, è in eccesso: Le Guin porta il lettore alla lenta scoperta del plot twist.
Da questo punto in poi, la recensione contiene spoiler: consiglio di leggere prima il racconto per non rovinarne l’effetto sorpresa.
Il racconto in inglese: https://frielingretc.files.wordpress.com/2013/03/the-wifes-story-ursula-k.pdf
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Il punto forte del racconto è il paragrafo in cui LeGuin descrive la trasformazione: parola dopo parola ci porta alla scoperta inquietante che la moglie era, presumibilmente, una lupa. Così sotto questa nuova luce, molti paragrafi previ si rivelano nei loro dettagli: come quando racconta del canto corale alla sera, e quel canto diventa l’ululare dei lupi alla luna.
Agli occhi della lupa, e del lettore, la trasformazione del marito in uomo si presenta nei contorni dell’orrore, nella bruttezza che la lupa attribuisce alla fisionomia dell’uomo, per merito di una descrizione attenta e che parte, nella genialità di Ursula K. Le Guin, da uno straniamento dall’umanità: nel racconto l’autrice è davvero riuscita ad assumere gli occhi della narratrice lupa. Allora l’umano diventa una creatura inquietante: è un essere schiacciato, spaventosamente bidimensionale (il muso si contraeva nella forma di una fessura larga nella faccia), con arti esageratamente lunghi, con una pelle rosa priva di peli e schifosamente liscia, irrazionale nel suo agire.
Le Guin rovescia il mito del lupo mannaro: partendo dal lupo, è l’essere umano che si presenta come anomalia, come “cosa”, infatti, nel testo il pronome soggetto per l’uomo è “it”. Poiché minaccia l’incolumità dei lupi coi suoi atteggiamenti incomprensibili, il suo primo atto è prendere un bastone e cercare di colpire la moglie, è l’umano a essere braccato.
Un altro spunto interessante che fornisce questo racconto è attribuire all’animale emozioni che la maggior parte di noi riserva solo alla sfera dell’umanità. L’idea alla base è la stessa di “La casa di Asterione” di Borges, dove alla bestialità del Minotauro, Borges sostituisce un pensiero e un sentire “umanoide” che nella tradizione gli è negato. Forse a causare “orrore” è proprio questo: scoprire che possiamo non essere i soli ad avere “umanità”, che, dal mio punto di vista, è un’idea diversa dal dire che siamo animali tra gli animali.
Se ci pensiamo come “animali tra gli animali” è perché riconosciamo in noi una parte di animalità, ma è come se rubassimo loro alcune caratteristiche: diventiamo sì animali, ma animali sociali. L’operazione alla base dell’essere “animali tra gli animali” è una somma. Invece, attribuire sentimenti esclusivamente umani a un lupo, a un abominio come il Minotauro, non è una somma, ma una sottrazione a noi stessi; si tratta di una privazione di esclusività: lupo e minotauro ci rubano la nostra umanità. E allora all’uomo cosa resta? Allora in cosa siamo esclusivi e speciali? Come giustifichiamo la nostra tirannia su tutto il resto?
Cortazar sostiene che un buon racconto è come un seme piccolo dal quale poi si svilupperà un albero grande. Un racconto riuscito semina in noi un’impressione, un’idea che “disturba” e resta indelebile, che possiamo ricordare a distanza di mesi, anni. Nella sua brevità, ci costringe a porci domande, apre una fessura sulla realtà, contro “il dato di fatto”, mostrandoci che c’è molto di più. The wife’s Story sicuramente scalfisce la nostra autosufficienza e la nostra auto- attribuzione di umanità.
Elogio al racconto di Edgar A. Poe: https://antoniodileta.wordpress.com/2013/12/11/edgar-allan-poe-e-lelogio-del-racconto/
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