Google non sa dirmi se i lividi possono lasciare cicatrici. Perché io le vedo sul mio braccio da tre anni a questa parte e non capisco, davvero non capisco, se questo sia possibile oppure se i miei occhi, come il mio sentire, sono esagerati. Pericolosi. Sono brutte le cicatrici e non sopporto le retoriche che le esaltano, che vogliono dimostrare il loro valore. Sono brutte quelle sul mio braccio e mi ricordano, immancabilmente, quanto io non sia a posto, quanto rischi di averne nuove, più visibili, più indelebili. Le cicatrici mi rinsaldano nella convinzione che sono vulnerabile. Che, in un certo senso, non so vivere. Devo sempre ricordarmi di tagliare le unghie, prima che quel prurito viscerale che ormai conosco troppo bene (purtroppo) mi porti a… non importa, comunque. Taglierò le unghie quando riuscirò a capacitarmi di essere svegliata anche questa mattina, molto prima che la vita stessa me lo richieda. Non c’è bisogno di svegliarsi alle sei se non hai niente da fare se non subire il tempo che passa. Non cambia niente se mi sveglio alle dieci o persino al pomeriggio: subirò il resto delle ore che fanno finire la giornata. E finire la giornata è così doloroso: trascinare la mia carne e le mie ossa in giro, fare finta di avere qualcosa da fare, uno scopo. Vorrei correre in giro anch’io e preoccuparmi di portare la macchina dal meccanico o di andare a fare la spesa. Vorrei, insomma reinserirmi nella vita. Non è che io abbia qualcuno che faccia queste cose per me: ma io non ho la patente e faccio la spesa online perché più mi rintano, meno energie ho per attribuire significato ai miei minuti.
Qualcosa succederà prima o poi. Ma non adesso. E io sto vivendo adesso, respirando adesso. Fissando il mio soffitto senza capire perché dopo le sette pastiglie che mi sono presa ieri sera, perché io mi sia svegliata ancora alle sei del mattino. No, non le ho prese perché voglio morire. Le ho prese perché voglio vivere a intermittenza: saltare qui, saltare là. Sulla carta, mi sembra un atteggiamento intelligente, come tagliare le unghie. Una strategia disfunzionale direbbe qualcuno. Ma cosa me ne frega del titolo se è la mia strategia per restare in vita. Però non riesco nemmeno a dormire fino a tardo pomeriggio con sette pastiglie. Allora mi chiedo: ne dovrei prendere di più? Dovrei rassegnarmi? Dovrei cercare di vivere persino alle sei del mattino? Non lo so. Se lo sapessi probabilmente smetterei di spendere così tanti soldi nella famiglia generica dello Xanax. E sono consapevole che per ogni medicina c’è una controindicazione. Non ne sono immune, probabilmente acuisce uno stato mentale che è già lì, prima della sua formula e che la sua formula contribuisce a evitarlo per alcune ore. Poi è peggio, forse. Forse attenua i colori, stende i secondi, ma allora come faccio a salvarmi se attaccarmi alla tavoletta mi sembra l’unico modo di restare a galla, di risparmiarmi quel poco per riposare e poi, da sveglia, tenere almeno il naso fuori dall’acqua. Vorrei sapere come vivono gli altri. Se anche per loro è un susseguirsi di giorni, se anche loro preferirebbero vivere a intermittenza. O se mi diranno invece che i lividi non lasciano cicatrici, che tante pastiglie potrebbero provocarmi una depressione respiratoria, che dovrei provare lo yoga, il sale dell’Himalaya, la vita vegana. Ma non è questo il punto. Potrei anche farlo, ma non sarebbe che un esercizio posticcio a un vuoto che sta molto più in basso. Per riempirlo ho bisogno di partire da sotto, di pensare, io stessa, a uno scopo, a una direzione, a un’esistenza che non si basi unicamente nel tagliare le unghie e nel contagocce. Ho bisogno di vivere, insomma, in modo diverso dal friggere acqua.
“Slice of life” puro e duro. Ultimamente mi sono appassionata a questo formato di scrittura, lo trovo immediato e per me, che vivo la scrittura come un processo complicato e tortuoso, una scrittura immediata e quasi facile è affascinante.
Nessuna pretesa.
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