(campionario letterario)
È stata un’amica a consigliarmi questo libro. Poco tempo dopo la nostra conversazione, lo trovai in vendita scontato su una bancarella del Libraccio. Avvenimento fortuito, destino, quello che volete. Anticipo che questa recensione sarà positiva e scritta sull’onda dell’emozione di aver da pochi minuti concluso la lettura.
Racconterò alcuni punti della trama, cercando di non fare spoiler anche se, e credetemi, la bellezza dei grandi libri non risiede tanto nei colpi di scena (che pure sono benvenuti e spesso ben riusciti), ma nella qualità della scrittura e nella trascendenza che il testo e le vicende hanno in noi: le ripercussioni, non tanto la sorpresa immediata. È di questo che si tratta l’Arte, alla fine. E questo libro è Arte (in quanto ritengo faccia parte della Letteratura) e parla anche di Arte e vita. Ma non solo.
La storia è scritta in prima persona: il nostro protagonista, di nome Theo, sceglie di iniziare il suo racconto dalla prima volta in cui era stato ad Amsterdam, rinchiuso nella sua stanza di hotel, col terrore di essere scoperto per qualcosa di terribile che aveva fatto. Non sapremo se non fino alla fine di cosa si tratti (ed io ovviamente non lo svelerò qui). Inizia così una lunga narrazione sugli avvenimenti della sua vita. Senza fare particolare spoiler della trama, dato che Theo ce lo racconta nelle prime pagine, il perno intorno al quale si disvela il procedere della sua esistenza è la morte di sua madre, l’unico punto di riferimento che avesse.
Le cose sarebbero andate per un verso migliore se lei fosse vissuta. Ma è morta quand’ero bambino; e benché la colpa di tutto ciò che è accaduto in seguito sia solo mia, perdere lei fu come perdere l’unico punto di riferimento in grado di guidarmi verso un luogo più felice, verso un’esistenza più ricca di legami e più congeniale (pg. 16)
Il protagonista inizia una serie di trasformazioni che sono ben rispecchiate nella narrazione (proprio nel modo in cui scrive l’autrice): apatia dopo la morte della madre, comportamenti autodistruttivi con quel profondo senso di vuoto che lo accompagna perennemente, un pensiero che si disgrega nella disperazione.
All’inizio, Theo non mi piaceva (aspetto che comunque non è importante quando si legge un libro: si possono odiare tutti i personaggi, ma amare lo stesso il libro), ma se si ha la pazienza di seguire tutta la sua vicenda nelle 892 pagine del libro, se non guadagna simpatia, sicuramente merita la nostra empatia. Per certi versi, in alcuni pensieri o attitudini possiamo rispecchiarci in Theo e possiamo anche imparare qualcosa da lui. Per esempio, ad assumerci la responsabilità delle nostre azioni e non nasconderci costantemente dietro le tragedie o i traumi della nostra vita: la condizionano, questo è certo, ma alla fine, proprio proprio nel compimento del gesto, come sostiene Sartre, l’uomo è condannato a essere libero.
Insomma, sto cercando di convincervi a leggere questo libro.
Perché affrontare 892 pagine?
Non solo i personaggi sono degni di nota (non nomino gli altri perché vanno scoperti assieme all’avanzare della narrazione) perché hanno sempre qualcosa da offrire al lettore e non sono mai banali né standardizzati ed emergono nelle loro contraddizioni, difetti e pregi; ma quello che credo permetta di sostenere una lettura così lunga è lo stile scorrevole ed elegante della Tartt, descrizioni e immagini allucinanti nella loro bellezza. C’è tra pagina 28 e 29 quello che nei miei appunti ho chiamato “la sequenza del temporale”: sta per piovere a New York e Theo descrive l’arrivo della pioggia progressivamente allle sue azioni e a quelle di sua mamma; sembra di poter vedere la pioggia arrivare dinanzi agli occhi del lettore (vorrei poter citare tutto, ma mi limito ad alcuni frammenti: leggete, leggete questo libro).
E proprio mentre lo diceva, la luce sembrò venir meno. Il cielo illividì, più plumbeo a ogni istante che passava; il vento scuoteva gli alberi del parco e sui rami le foglie nuove spiccavano tenere e gialle contro i nuvoloni neri.
[…]
Ci sbrigammo ad attraversare, e proprio mentre approdavamo sul marciapiede, una goccia di pioggia mi bagnò la guancia. Sul cemento – grandi come monete da dieci centesimi – cominciavano a fiorire innumerevoli cerchi scuri.
E la lettura di tutto il libro avrà una conclusione degna nelle ultime 90 pagine, nell’ultimo capitolo. Esattamente come dice il titolo “Punto Rendez-Vous”, tutto torna, non si chiude, ma tutte le trame della narrazione si uniscono come in una linea curva, quasi cerchio, che manca di esserlo per pochi millimetri, volutamente.
Due sezioni nuove in questo campionario di letture:
Frase del libro: “Prima regola del restauro. Mai fare ciò che non puoi disfare”
Playlist:
Harridan – Porcupine Tree
Bellow – Leprous (Theo)
Trains – Porcupine Tree (Theo&Pippa)
The backfoot – Dinosaur pile up (Boris, come proposto dalla mia amica)
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