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Bollettino peruviano #1 – Le premesse del Keikino

Alle ore 15 del 15 giugno 2021, con il conteggio dei voti al 100%, i peruviani e le peruviane hanno festeggiato il Keikino: il quinceañero (kino) di Keiko Fujimori come (l’eterna) candidata presidenziale.
Ora, la maggior parte dei peruviani spera di essersi liberato dalla funesta figura di questa donna, che tormenta la nostra democrazia dal 1994.

Fin dagli inizi, la sua carriera politica ha avuto caratteristiche inquietanti.
Per esempio, nel 1994 diventò la First lady del governo autoritario di suo padre, Alberto Fujimori: accettò l’incarico, abbandonando la madre che aveva denunciato pubblicamente la corruzione del regime di Alberto Fujimori e di essere stata torturata per il suo tradimento.
Dopo la fine del regime fujimorista nel 2000 (e la fuga di suo padre in Giappone), Keiko sparì dalla scena politica peruviana fino al 2006, quando venne eletta parlamentaria per il periodo 2006-2011, centrando la sua campagna su una rivendicazione dell’operato del padre.

Comincia così la sua lunga carriera come eterna candidata presidenziale.

Ci prova la prima volta nel 2011, arrivando al ballottaggio con Ollanta Humala, un uomo di sinistra, terrore della CONFIEP (la versione peruviana di Confindustria). La sua campagna elettorale venne finanziata da molti imprenditori e sostenuta dalla maggior parte della stampa nazionale, che attraverso articoli e interviste cercò di influenzare l’opinione pubblica.

Ebbene, nonostante tutti i soldi investiti, Keiko perse.

Perse perché, se la rivendicazione del governo di suo padre le aveva permesso di passare al ballottaggio, in una contraddizione storica del Perù, questa stessa rivendicazione la impedì: il fujimorismo è il movimento politico col maggiore antivoto; uno può essere un elettore di destra o di sinistra, ma prima viene la sua essenza anti-fujimorista.

Una volta mi capitò di leggere un commento che sottoscrivo:
«Dovessi votare per il diavolo in persona, lo farò per non far vincere Keiko»

È questo che significa essere anti-fujimorista. Non si tratta di un odio personale, si tratta di un ripudio verso tutto ciò che il governo di Alberto Fujimori (El Chino, come lo chiamano con affetto i suoi simpatizzanti) significò per il Perù: la corruzione sistematica delle istituzioni e dei funzionari pubblici, le sterilizzazioni forzate contro donne indigene e povere, le diffamazioni ai suoi avversari sui giornali e i canali TV da lui finanziati con enormi tangenti, le intimidazioni e gli omicidi commessi attraverso il suo squadrone della morte “El grupo Colina”. E potrei enumerare molto altro, ma ci siamo capiti.

Questo è l’antifujimorismo. 

Ollanta Humala moderò il suo discorso, tranquillizzando gli animi degli imprenditori, e ricevette l’endorsement di Mario Vargas Llosa, nemico giurato di Fujimori (perse contro di lui nelle elezioni del ’90).

Ollanta 51,45% – Keiko 48,55%

La sua seconda sconfitta la subì nel 2016, contro Pedro Pablo Kuczynski (PPK).
Era il momento della sua rivincita: ancora una volta Keiko poté contare con una campagna costosa (come stabiliranno indagini della procura, grazie a finanziamenti illegali da parte della multinazionale brasiliana Odebrecht) e su solide basi popolari costruire nel tempo.
Passò al ballottaggio con un importante margine sugli altri candidati. Ottenendo così la maggioranza parlamentare con 73 seggi su 130.

Keiko era sicura di vincere. Aveva preso al primo turno quasi il 40% dei voti, mentre PPK solo il 21 %.
Ma perse.
Entrambi i candidati erano di destra, e probabilmente questa è stata l’elezione dove il peso del voto antifujimorista è stato il determinante. Infatti Veronika, leader di sinistra arrivata terza alle elezione, fece campagna per PPK nel sud del paese, senza nessun interesse politico, se non quello di non far vincere il fujimorismo. Ah, e anche questa volta, il buon Mario Vargas Llosa diede il suo appoggio a PPK.

PPK 50,12% – Keiko 49,88 %

Keiko non accettò la sconfitta. O, beh, verbalmente lo fece: riconobbe i risultati, ma non il governo. Era convinta che le elezioni le fossero state rubate (e ne sembra ancora convinta) e con quel sentimento di frustrazione diede indicazioni ai suoi parlamentari: non importava quanta gente ne subisse le conseguenze, niente di ciò che PPK avrebbe proposto doveva essere accettato.

Presto il governo del vecchietto PPK si trasformò nella vittima perfetta della vendetta sistematica da parte di Keiko. Finalmente, il 21 marzo del 2018, PPK diede le dimissioni dal suo incarico come presidente.
La storia che portò PPK alla rinuncia è piuttosto lunga: contemporaneamente venne accusato di corruzione e vennero diffusi audio dove il parlamentare Kenji Fujimori (sì, il fratello di Keiko) stava cercando di comprare voti per evitare l’impeachment a PPK, piacere che il presidente avrebbe ricambiato dando l’indulto a Alberto Fujimori.
Il parlamentare Mamani di Fuerza Popular, il partito di Keiko, denunciò il fatto: Kenji fu espulso dal parlamento e PPK costretto alle dimissioni.

Assunse il governo il vice, Martín Vizcarra, ma l’instabilità politica continuò. Così nel 2019, Vizcarra sciolse il parlamento ostruzionista e convocò nuove elezioni parlamentari.

In queste nuove elezioni, come tradizione nazionale, il voto fu inspiegabile: si ebbe un parlamento ancora più frammentato e certamente non… collaborante con l’allora presidente.

Nonostante tutto, il fujimorismo fu fortemente punito: passando da 73 a 15 seggi. Non abbastanza, ma comunque fu punito.

Foto da Utero.pe “Dammi la presidenza”

Per ora ci fermiamo qua. La storia è piuttosto lunga e senza una breve introduzione riesce difficile capire un personaggio nefasto e complicato come Keiko.

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