By

Sull’essere stranieri

Guess beggars can’t be choosey.
Suppongo che gli accattoni non possono essere schizzinosi.
The monster – Eminem

(Scrivo questo per togliermi qualche sassolino dalla scarpa)

È complicato essere migranti.
Lo è per diversi motivi: logistici, esistenziali, affettivi… Ed è complicato in modo diverso, da persona a persona. Chi migra lo fa sempre in un modo particolare.

Ci sono aspetti che accomunano le esperienze (ed è lì che trovano spazio le sineddochi e metonimie della vita), ma altri ne evidenziano la distanza.
Avvicinarsi a qualcuno, cercare di interagire con l’altro ha a che fare col sapersi giostrare le distanze e le vicinanze.

È vero, io sono una migrante. Sono peruviana in una parte del mondo, e quando ci torno… sono una peruviana migrante. E quando sono in Italia sono una straniera “di origini peruviane”. Come tante altre persone a me care. Ma ognuno di noi ha un’esperienza migratoria diversa… ed è interessante ascoltare le loro storie perché sono davvero molto distanti da ciò che per me significa essere una persona cresciuta in Italia, senza per forza essere italiana fin dall’inizio.

Dico sempre che c’è qualcosa di epico nelle storie di migrazione. Solo che agli eroi carismatici, bisogna sostituire una legione di calibani (mi riferisco al Calibano anticolonialista di Aimé Césaire): chi migra, in un certo senso, protesta. Non accetta l’ordine delle cose ed è pronto a sacrificare quello che è necessario pur di raggiungere… chissà. Un futuro migliore, ecco.
Purtroppo a me questa nota di eroismo calibaniano è negata. Non ho deciso io di migrare, lo hanno fatto i miei per me. Diciamo quindi che io faccio parte di questa legione eroica non per merito, ma per fatalità. Mi manca il paese della mia infanzia… e il Perù è quello per me: un ideale, un ricordo romantico. Perché alla fine dei conti, il Perù mi è un paese sconosciuto.
E mentre affermo questo, affermo allo stesso tempo che il sentimentalismo e l’idealizzazione non preclude la mia appartenenza. Magari in certi punti il mio essere peruviana scade nel patetico, ma è reale. È una adesione sincera. Se le identità sono costruzioni alle quali ci si “auto ascrive”, yo me adhiero.

            ¡Sierra de mi Perú, Perú del mundo,
y Perú al pie del orbe; yo me adhiero!

Telúrica y Magnética – César Vallejo

Ma chi mi conosce non ha nessun diritto di ridurmi a questo.

Quando dico che è difficile essere stranieri mi riferisco proprio a questo: alla riduzione in un’etichetta di diversità. È vero: tra un “nativo” e una persona “non nativa” cresciuta qui (e che non nasconde e non si vergogna della sua natività precedente) c’è una differenza abissale. Ma il nativo, come me, è cresciuto in Italia, si è seduto accanto a me al liceo e all’Uni, fa l’aperitivo, si scazza con Trenord, le hit estive, il cinema panettone… non ci sono allora tra noi somiglianze? Non dico solo “umane”, intendo proprio di pratiche e discorsi.

Ribadisco. Sono peruviana. Ma sono anche italiana, mi auto ascrivo a questo gruppo e ne ho tutto il diritto. Qualsiasi cosa voglia dire “essere italiani”. C’è forse una definizione? O è solo una pratica di vita costante? Ci sono requisiti per far parte dell’italianità? E allora, tutti i nativi possono dimostrare di possederli? A tutti i nativi interessa o viene richiesto di dimostrarlo?
Un paio di volte ho chiesto che cosa significasse essere italiani a persone che ho in grande stima. Hanno fatto spallucce. Alcune mi hanno detto che sono bergamasche, in realtà (e l’ho trovato particolarmente divertente), altre mi hanno detto “abito qui”, “parlo italiano”. Sono d’accordo. Siccome abito qui, studio qui, probabilmente lavorerò qui… sento di essere come i “nativi” in molti aspetti. E se non c’è un’unica versione dell’italianità, allora perché non può essere valida la mia di costruzione identitaria? E allora penso di avere ragione a trovare riduttivo che mi si appiattisca nel fatto aneddotico della mia migrazione.

Credo sia la terza volta che lo dico: è complesso essere migranti; non è una caratteristica univoca e permeante sempre; a volte anche per me sono solo dodici ore di volo, a volte è una distanza incolmabile con gli altri. Sono perfettamente cosciente delle mie origini, ma credetemi quando vi dico che non ci penso le 24 ore del giorno.
In molte più occasioni di quanto io ne sia effettivamente cosciente, non sento la differenza. Per esempio mentre critico le canzoni di Sanremo, come se ne capissi qualcosa di musica, o quando discuto sul modo in cui si fanno le piadine (il ripieno non va messo a caldo, nooooo, ok? Non puoi darmi una lattuga appassita o il crudo che sembra cotto!)

Se i discorsi sull’inclusione non sono disposti a riconoscere questo oscillare tra la vicinanza e la distanza, tra la somiglianza e la differenza, non hanno senso. Diventano invece ulteriori strumenti di discriminazione: dove solo il lato “diverso”, esotico, viene incluso e la possibilità di essere anche proprio come loro viene negata. Sei ammesso nel gruppo, ma devi stare nel tuo angolino. Puoi mangiare, sì, ma non puoi sederti a tavola con gli altri.

Non succede solo ai migranti, lo so. Diverse categorie minoritarie sono sottoposte allo stesso trattamento. È fastidioso e ingiusto che una certa caratteristica diventi totalizzante in una persona e che chi non la rivendica debba ricevere il giudizio negativo dei ben intenzionati.

Quello che voglio dire è che fare parte di una minoranza non costringe la persona a rivendicarla, a sentire di farne parte e che ne so io.
Un omosessuale non deve sentirsi costretto a farsi piacere il Gay Pride. Magari non gli interessa, magari gli dà addirittura fastidio. E va bene, perché il suo orientamento non è l’unico aspetto costitutivo della sua persona e può, nelle sue scelte di vita, essere in realtà una caratteristica secondaria.

Io vivo così il mio essere straniera: a volte è un fatto trascurabile, a volte è fondamentale.

Purtroppo, spesso questa mobilità mi viene negata. In un senso o nell’altro… anche se devo dire che l’aspetto fisico e i cognomi inclinano sempre la bilancia da una certa parte. E lo capisco, lo faccio anche io… ma esserne consapevoli permette di avere un margine di miglioramento. Mentre l’essere subdoli, beh…

Propongo un caso. Se i fatti che riporto vi sembrano simili a una storia reale… probabilmente siete nel giusto, ma voglio ancora credere nelle buone intenzioni: non lancio la prima pietra, ma tolgo sassolini dalle mie scarpe.

Mettiamola così. È la storia di un’amica di un amico della mia amica.

Si dà il caso che questa persona abbia partecipato a un concorso letterario. È straniera e porta il racconto di una signora straniera. Si piazza da qualche parte nel podio e ne è molto felice perché, come autrice, pensa di aver visibilizzato la storia di persone spesso relegate ai confini. Sì, c’è una vicinanza affettiva al personaggio della storia, ma non è la SUA storia. Succede allora che uno dei primi commenti è “ma sei tu la protagonista del racconto?” “No.” “Ah, pensavo fosse la storia di un tuo parente”. L’autrice crede nell’ingenuità dell’altro, ma il fatto la infastidisce: perché, ha detto l’amica dell’amico della mia amica, tutto è scontato se parli di un certo tema quando hai una certa faccia.
Forse è un po’ permalosa e prevenuta, aggiunge la mia amica.

Passa qualche tempo e viene convocata per partecipare a un piccolo video per fare pubblicità al concorso: ci saranno vincitori delle scorse edizioni e si tratterà di una breve intervista su cosa significa partecipare e consigli per chi non sa come avvicinarsi alla scrittura.
Dopo qualche riserva, decide di partecipare.
Registrata l’intervista, viene fermata dalla responsabile che dice “ci tenevo particolarmente alla tua presenza, perché è un bel modo di incoraggiare i non-madrelingua a partecipare al concorso”. Prima di allora, l’autrice non si era mai pensata come “non-madrelingua”: scrivere in Italiano era un’azione quotidiana e per niente forzata (non più di quanto sia complicato comporre un testo, sia ben chiaro), scriveva in Italiano con lo stesso sentimento con cui scriveva nella sua prima lingua. Ne resta sorpresa: ha parlato per tutto quel tempo senza essere cosciente di non essere madrelingua italiana. Comunque, accetta il commento, perché effettivamente, magari per altri poteva essere incoraggiante. Ma qualcosa, come una spina nel fianco, resta e la disturba.
Pubblicano il video e con una certa illusione va a guardarlo. Composto da clip, si rende conto che mentre per le autrici bianche erano stati riservate due clip, lei compariva solo in una. E tutti i suoi commenti alla scrittura e ai consigli per approcciarsi al testo erano stati tagliati, lasciando solo i riferimenti al suo essere migrante e aver scritto di una migrante. Come se la sua scrittura non contasse, oltre il fatto “inclusivo” di dare spazio alla diversità.

L’amica dell’amico della mia amica si chiede perché non può avere lo stesso trattamento, perché deve essere ridotta a una macchietta, alla quale si dà uno spazio condiscendente ma non si prende sul serio.

Zero sassi contro i lapidati nella piazza
Sul labbro soltanto un po’ d’amarezza
Per chi mi ha giudicato con asprezza

Nessuna razza – Caparezza

Per questo mi piace il rap, perché si toglie i sassolini dalle scarpe e questo… questo dà un’enorme soddisfazione.

Voglio credere alle buone intenzioni. Perché ancora penso che siano rilevanti, anche se non sufficienti. Ma non sono esattamente la persona più coerente del mondo e, parafrasando una delle mie canzoni preferite: a volte bisogna semplicemente dire le cose per vedere cosa si prova… e forse dovrei aggiungere qualcosa di positivo per compensare questi ragionamenti, ma in certe occasioni… la realtà è cruda proprio come la sua interpretazione.

Forse l’italiano non è la mia prima lingua, ma è comunque la mia lingua.

Vuoi litigare?

Caroline, l’Italica.

Lascia un commento

About the blog

RAW is a WordPress blog theme design inspired by the Brutalist concepts from the homonymous Architectural movement.

Get updated

Subscribe to our newsletter and receive our very latest news.

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨