Gli aveva inviato un’inutile raffica di messaggi per avvisarlo che sarebbe arrivato dopo pranzo. Le giustificazioni si susseguivano, una più vaga dell’altra, perciò decise solo di ignorare la continua vibrazione del cellulare. Alla fine lo avrebbe aspettato. Lo aspettava sempre. Anche se, proprio quel giorno, il desiderio di dirgli che non voleva essere quello da spostare più in là nella sua lista degli impegni lo consumava più di altre volte.
Si diede dello stupido. Andrea era sempre in ritardo; lo era stato persino nel giorno delle sue nozze: non avrebbe mai scordato lo sguardo terrorizzato della sposa non vedendolo arrivare. Né il sussulto del suo cuore, imperdonabile.
Da quando erano nate le bambine, poi, Andrea aveva sempre scuse credibili. Sorrise pensando alle figlie del suo amico. Somigliavano molto a lui, erano gentili e allegre. Chissà quanto erano cresciute, non le vedeva da molto. Era meglio così, lo sapeva bene. Si sentiva orribile ad ammetterlo, ma la famiglia perfetta di Andrea lo nauseava: portava a galla l’evidenza tangibile delle sue speculazioni depressive. La felicità esisteva, ma era a lui preclusa.
Andrea aveva accumulato ben cinquanta minuti di ritardo.
Emiliano rigirò i soba ormai freddi, sollevò la lattina di birra, vuota.
La fuga da tempo ideata gli chiudeva lo stomaco e faceva tremare le sue mani. Riconsiderava i possibili scenari uno ad uno, costantemente. Il brusio di sottofondo e il tintinnio delle posate sui piatti lo distrassero un attimo dalle cavillazioni, poi cominciarono a infastidirlo e si chiuse di nuovo nel filo dei suoi pensieri.
Quando era un adolescente, credeva che sarebbe stato felice. Era l’unica speranza che aveva per il suo futuro, l’unico desiderio espresso alle candeline. Con quell’unica aspettativa disattesa, Emiliano non sapeva bene come sentirsi. Probabilmente come Icaro, durante la caduta. O come le crisalidi che non si schiudevano. In uno stato di desiderio, sospeso a mezz’aria, condannato a non finire mai di cadere, senza la possibilità di volare.
Andrea era stato il suo sole e il suo parassita. Lo era diventato un pomeriggio di vent’anni prima, quando Emiliano aveva deciso di confessarsi. Ricordava le emozioni contrastanti dentro di lui, come lo avessero fatto sentire vivo e, in retrospettiva, lo riteneva il climax della sua esistenza. La cuspide prima di diventare la persona sterile che era, un uomo annoiato e invidioso.
Voleva la famiglia di Andrea per sé, desiderava Andrea per sé, voleva che le bambine di Andrea fossero anche sue. Vivere con lui e fare l’amore quando ne avessero voglia. Invecchiare insieme, non come un semplice amico, come un invitato ai compleanni delle bambine, o una persona con la quale aveva condiviso bei momenti nel passato, e nulla più. Non voleva diventare trascurabile agli occhi di Andrea, anche dopo tutti quegli anni.
Il suo amico aveva pianto quel pomeriggio. Tra le lacrime, lo aveva respinto.
Gli erano state sciorinate le solite parole dei rifiuti gentili: ti voglio bene ma non in quel modo, sarai sempre importante per me, questo non cambierà nulla tra noi. Quello che Andrea non aveva capito, che forse non capivano mai le anime buone davanti ai sentimenti non corrisposti, era che non poteva decidere solo lui, che non poteva in definitiva alleviare il dolore. Non c’era una scelta di parole migliore di un’altra. E se lui poteva offrire la sua amicizia incondizionata, dall’altra parte, Emiliano era libero di non ricambiarla, perché non era tale la sua.
Tacitamente, Emiliano non lo fece, ma lo seppe solo molto tempo dopo, quando il suo cuore si emozionò non vedendo arrivare Andrea al suo matrimonio. Scoprì, allora, che l’amicizia era finita, perché non gli bastava saperlo felice.
Non pianse, né quel giorno, né nei giorni a seguire. Il dolore gli si era incastrato da qualche parte dentro di lui, consumandolo, inaridendolo. E per quanto tentò, ai suoi quarant’anni Emiliano doveva ammettere che non era possibile rinvertire il deperimento.
Nella televisione del ristorante, c’erano quattro ragazzine che ballavano e cantavano su una melodia insipida qualcosa sull’amore, suppose. Una di loro cercava di ricomporre un cuore spezzato spingendo senza successo una parte contro l’altra.
La sagoma di Andrea comparì nel suo campo visivo ed Emiliano smise di prestare attenzione al video.
“Scusami, scusami… ma le bambine sono davvero incredibili e Sara oggi non era proprio dell’umore…” Andrea sorrideva mentre propinava scuse.
Emiliano si chiese perché non lo odiasse, dopotutto.
“Ma non hai già mangiato?!” chiese, osservando il piatto quasi intatto di Emiliano, comportandosi come se non fosse arrivato un’ora dopo. Andrea faceva sempre finta di niente davanti alle sue mancanze. Emiliano si chiese perché lo amasse, allora. Lo osservò, sbattendo le palpebre lentamente. Non era nemmeno un uomo attraente. E non era invecchiato bene. Era ingrassato e i capelli si erano diradati nella sua testa. Sarebbe diventato un anziano rubicondo, pelato e paffuto.
E anche così, Emiliano ne era sicuro, avrebbe continuato a desiderarlo.
“Non ho molta fame”
“Eh… immagino…” sospirò “e così sei di nuovo single”
Rimasero per un po’ in silenzio.
“È la mia normalità, come per te arrivare in ritardo” rispose, cercando di suonare gioviale. Forse, davvero, non aveva il coraggio per farlo.
“Dai, dai, non te la sarai mica presa, vero?”
“Nah… so come sei fatto.”
La cameriera si avvicinò e ordinarono due caffè.
Parlarono per più di un’ora. Andrea cercando di consolarlo per un dolore che Emiliano non sentiva. Consigliandolo affinché finalmente trovasse il compagno della sua vita. Ignaro del fatto che il suo amico non credeva più a quelle favole da quando lui, vent’anni prima, lo aveva rifiutato.
Più volte durante la conversazione, Emiliano pensò in alzarsi e urlargli la verità. O urlare e basta, fino a piangere, fino a liberarsi del macigno che gravava su di lui. Forse, se avesse lasciato andare tutto il suo risentimento…
Non lo fece.
Invece gli disse che aveva delle cose da sbrigare, pagarono e si salutarono fuori dal ristorante, con la promessa di ritrovarsi presto.
~×~
Andrea osservò sparire dietro l’angolo la sagoma del suo amico.
Se avesse saputo che quella era l’ultima volta che lo avrebbe rivisto, avrebbe fatto o detto qualsiasi cosa pur di trattenerlo. Lo adorava, forse non come Emiliano desiderava e si sentiva in colpa per quello, ma la sua amicizia era sempre stata sincera.
Pensava che, dopo tutti quegli anni, Emiliano fosse andato avanti. Perciò quel giorno lo abbracciò con calma, gli sorrise con tenerezza e lo lasciò andarsene pacificamente. I giorni passarono, diventarono settimane, le settimane mesi, i mesi anni. Allora Andrea comprese la vendetta di Emiliano e anche se abbracciava con immenso amore e felicità le sue bambine, qualcosa nel suo sorriso e nel suo sguardo si era spento da quando Emiliano era scomparso. Lui lo aveva condannato a essere felice, anche senza la sua presenza, e in certi giorni Andrea si sentiva così male, così colpevole.
Emiliano volle dimostrargli, e lo fece, che non era così importante nella sua vita, come invece a lui piaceva dire e pensare.
Pensavo pubblicare questo racconto per San Valentino (assieme ad un altro, in realtà… anticipo il nome “Pre-testo. Lambrate Verticale”), ma non sono riuscita a finirlo. Era solo per fare la spiritosa, l’intenzione di pubblicarlo il 14 febbraio…
Beh… curiosità.
Il video delle ragazzine è un video vero ed è stata l’ispirazione del racconto. Un’altra cosa è che ho scritto prima la parte finale… e in spagnolo, per cui doveva essere un racconto in spagnolo. Perché io abbia cambiato lingua, chi lo sa. L’idea esiste da più di un anno, per cui hanno senso le tante variazioni. E il nome originale era “Demolition Lover” ma boh, mi piaceva solo il suono, non ha un significato in sé.
Su “ICNEUMONIDE“. Il nome mi è stato suggerito da una cara amica, appassionata di entomologia, alla quale ho fatto qualche domanda sulle crisalidi e i parassiti… allora lei mi ha raccontato di questa famiglia di parassiti (icneumonidi appunto) che entrano e divorano la vittima dall’interno… Insomma, se lo spiego poi non c’è interpretazione.
Sono contenta di tornare, anche se torno poco.
Caroline, la chola cursi
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