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Ne sai qualcosa del cyberpunk?

Gli aveva inviato centoquaranta messaggi. Erano stati centoquaranta messaggi e sessantatré chiamate senza risposta nel giro di diciotto giorni. Quattrocentoventidue ore dopo il loro ultimo scambio di messaggi.
In piedi al centro della stanza, col silenzio enfatizzato dal ronzare del frigo e il suo sconcerto che si trasformava lentamente in consapevolezza, cercava di ricostruire le ultime ore di suo fratello.
Aveva guidato per trenta minuti, lasciandosi indietro poco più di ottanta chilometri. Aveva parcheggiato la macchina quasi in mezzo alla strada, con la disperazione di sessantatré chiamate e centoquaranta messaggi senza risposta. Allora tutto era sembrato surreale. I carabinieri, i paramedici, le persone che si affacciavano dalle finestre.
Nella sua mano, un audio spedito poche ore prima, di quattordici minuti e nove secondi, che non aveva il coraggio di ascoltare.

L’appartamento era piccolo e vecchio, economico, per uno studente senza ingressi come suo fratello. Non era lontano da Bicocca e trecento euro al mese più le spese erano sembrati un affare. Si guardò attorno. Il posto era davvero una topaia, ma non fece fatica a individuare piccoli segni della sua presenza: i libri ammucchiati sul pavimento (aveva quella brutta abitudine di leggerne tre o cinque contemporaneamente e appoggiarli aperti per non perdere la pagina), poster di film e artisti appesi nelle pareti grigie del soggiorno. Ancora non era entrata nella sua stanza, ma poteva visualizzare un mucchio di vestiti da lavare, qualche cianfrusaglia tenuta via “per ricordo”, il suo computer eternamente acceso, facendo quel rumore molesto con la ventola di raffreddamento, gli appunti sparsi e disordinati sulla sua scrivania.
Lo avevano trovato sdraiato sul letto. E mentre le dicevano che se n’era andato tranquillo, lei non aveva fatto altro che ricordare quando erano bambini e lui passava giornate intere a cercare trifogli nel giardino. Si ritrovò a pensare che la vita fosse strana e lunga. Da un giardino a una catapecchia maleodorante, e tra un pranzo e una cena in case sconosciute, in un’altra una morte in mezzo a tante, come un evento trascurabile, nella pandemia che avanzava. Una rabbia implacabile l’assalì. Suo fratello si era ammazzato, non poteva essersene andato tranquillamente. Non poteva essersene andato senza soffrire. Che ne sapevano loro del suo fratellino rinchiuso in quelle quattro pareti, da solo… e che ne sapeva lei, lontana ottanta chilometri in quei diciotto, enormi giorni.

Entrò nella sua stanza. La sua assenza la colpì con una crudezza che la fece barcollare. Sfiorò appena il mouse e il computer si accese. Sullo schermo, una videolezione a metà. Ci aveva pensato da giorni o solo dieci ore prima?
In quella stanza, come fuori per strada, sembrava che il tempo si fosse fermato. Solo il suo pensiero e il suo sguardo si spostavano da un lato all’altro, cercando di ricomporre pezzi, affannandosi per trovare un senso. E sapeva cosa mancava al suo puzzle. Lo aveva proprio tra le mani, quattordici minuti e nove secondi.
Si fece coraggio.

Ho pensato a cose molto tristi, Marta. Deve essere per colpa di questo sole incandescente che mi illumina da diciotto giorni. E ho fatto una cosa terribile, vorrei che mi perdonassi. Ho cercato di abortire me stesso e da allora il sole non tramonta. Un’azione, una conseguenza. Tanto tempo sveglio… Kanye dice… i più bei pensieri sono accompagnati sempre da quelli più oscuri. Sono stanco, scusami. Ho camminato tanto. Credo di essere vicino ai bastioni d’Orione, prossimo a perdermi nella pioggia. Ne sai qualcosa del cyberpunk? Uhm, questo sole non tramonta. Sai come fa? Se ne sta in alto nel cielo come a mezzogiorno e non accenna a retrocedere. Se so che sono trascorsi diciotto giorni, lo devo alla Macchina. Ho pensato tanto alla Macchina. Sa sempre che ore sono e che giorno è, e il suo sapere si eleva al di là delle incidenze fisiche. Voglio dire, se il sole non tramonta da diciotto giorni, non è come se fosse ancora lo stesso lunghissimo giorno? Qual è il senso di una giornata se non quello del sole che sorge e cala? La Macchina allora è più metafisica di me. Deve aver colto un’essenza nella definizione di “giorno” che prescinde dall’inezia capricciosa di un astro che si rifiuta di lasciar posto a un satellite. Oppure, mi chiedo ancora, cercando di colmare questa giornata lunghissima o questi diciotto giorni, è la Macchina poco senziente? Non capace di adattarsi alle condizioni mutevoli del suo intorno? Il sole non tramonta, Marta, e la Macchina dovrebbe mostrare qualche incertezza, non la precisione dell’accumulare un secondo dietro l’altro. Ma non è la Macchina una nostra creatura? come un tempo si pensò l’uomo lo fosse di una divinità? simile ma non esatto: quel dio conveniente alle aspirazioni dell’uomo, questa Macchina investita dai desideri più profondi e disperati di tutti noi. Ma tutte le nostre creazioni finiscono sempre per inquietarci: lo fece la divinità secoli fa, ora lo fa la Macchina che, come una protuberanza di schermi al led e cavi di colori e dimensioni diverse, nel corso degli anni si è espansa nella mia casa come nelle case degli altri.
Gli autori del cyberpunk si sono sbagliati, Marta. Il futuro è più buio di quanto credevano. Dalla mia finestra anonima di un appartamento schifoso a Milano, lo vedo. Nelle strade vuote e nello scheletro rossastro della mia università deserta, lo sento. Ognuno di noi sta agonizzando nella sua casa. Che cosa è la vita, Marta, tra quattro pareti? Che cosa è la vita ridotta alla mera sopravvivenza? Non voglio un’esistenza che si afferra solo alla conservazione. Ho vissuto troppi mesi aspettando di essere qualcosa in più di un involucro che respira. Non ci posso credere che ora per proteggermi, debba tornare in quello stato di quiescenza. Mi hai detto che non sarà così per sempre, che forse con l’estate questo passerà, ma l’estate sembra lontana ora che siamo ad aprile. Posso dirti… dalla mia prigionia nella stanza di Omelas… non è qualcosa che passerà col caldo. È un nuovo cammino dell’umanità. Come in un infinito episodio di Black Mirror… tra le nostre pareti, riforniti dagli acquisti in rete, con la Macchina che cresce come una protuberanza tumorale per fare di questa prigionia… un’illusione di libertà. Nel Neuromante per lo meno la gente andava nei bar. A volte guardo le lezioni online e mi sento così disconnesso, così nella mia stanza. Gibson… vorrei attaccarmi alla rete… ehi… ma tu ne sai qualcosa del cyberpunk?!… Hai detto che passerà, ma io non ci spero più. Se chiudo gli occhi, nonostante il riverbero di questo sole sulla mia finestra… mi resta impressa la carcassa rossa della mia università. Il suo colore è opaco, nonostante questa luce così brillante. Non odio Bicocca, ma ora la vedo e la penso e… non era tutta la mia vita come pensavo. Come il mio affanno mi ha fatto credere per questi anni. E Bicocca è lì, imperturbabile come lo è la Macchina nella mia stanza. Lo capisco, tardi, ma lo capisco. Uhm… oh, Marta… il sole sta tramontando. Finalmente. Cristo, voglio piangere. Mi bruciano gli occhi… è bello il sole quando tramonta, ancora di più di quando sorge. Forse erano così i raggi B alle porte di Tannhäuser. Voglio pensarli così. Ah… for- forse te l’ho già chiesto… ma tu ne sai qualcosa del cyberpunk?!…”

La voce assopita di suo fratello parlava ancora dal telefono. Lei alzò lo sguardo verso la finestra. Centoquaranta messaggi, sessantatré chiamate senza risposta, trenta minuti di macchina, poco più di ottanta chilometri dopo, tutte le domande erano ancora lì. Come il sole, come il ronzio del frigo e il rumore della ventola di raffreddamento, nei secondi infiniti di quella diciottesima giornata.


Ho partecipato con questo racconto al concorso “Un giorno in Bicocca”. Volevo (per ripicca) togliere i riferimenti. Ma sono in grado di scrivere robe migliori, quindi, tanto vale.

Sì, non so perdere probabilmente. Chiamatemi Trump.

No, no. Adesso lo devo dire. Quello che più di altro mi ha dato fastidio è che hanno detto che tutti i racconti parlavano di Bicocca come “un luogo del cuore e dell’anima”. E chiaramente il mio non lo fa, è una critica, per chi sa leggere. Mi ha dato fastidio che sia stato… schiacciato in quel modo.
Di sicuro, non penso che parteciperò più a concorsi di qualsiasi tipo. Non sono mai stata una fan dei concorsi, un po’ per il mio carattere, un po’ perché non ci credo molto.

Caroline, la picona.

Una risposta a “Ne sai qualcosa del cyberpunk?”

  1. […] un racconto che ho scritto quest’anno, parlavo di un sole incandescente che non tramonta mai. Per me i […]

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