Oggi mi fa male tutto il corpo. Per distrarmi, mentre aspettavo che l’antidolorifico facesse effetto, mi sono messa a leggere dei vecchi scritti. Condivido qualche piccolo appunto. Alcuni sono davvero molto vecchi.
#1 (2011 o 2012)
“Lo siento” era l’ultima cosa che Soledad gli aveva detto, prima di andare via. E mentre la vedeva allontanarsi, a Carlos era tornata in mente la mattina di tanti anni fa, quando l’aveva vista partire: erano dei ragazzini allora; ricordava di aver agitato la mano, finché la piccola figura della sua amica era scomparsa, inghiottita dal fiume di persone che si muovevano frettolosamente in un’unica direzione.
Era stato triste e aveva pianto. Ma anche se sapeva che si trattava sempre della stessa schiena, i suoi sentimenti non erano più quelli di un tempo.
Un leggero brivido lo scosse e si strinse di più nella giacca. A Lima, quell’anno, l’inverno pareva appena accennato, un fatto positivo per quelli –come lui- che dovevano uscire presto di casa.
L’immagine di Soledad vaneggiò ancora per qualche attimo nella sua testa, poi si dissolse. Era solo un ricordo di ieri, e lui doveva svuotare la mente, per pensare all’oggi. Il futuro dei secondi successivi poteva essere la realtà più crudele che avrebbe dovuto affrontare.
#2 Separazione Surrealista (2010)
“Perciò…”
Con gli occhi sbarrati osservava quella scena da una prospettiva altra dal suo corpo. Inorridito, impallidito fino a raggiungere un bianco spettrale, pareva sul punto di dissolversi nell’aria rarefatta, mentre realizzava, ad una lentezza innaturale, che non c’era nulla che potesse fare, che in realtà, da molto tempo, le cose erano diventate irrimediabili: arrendersi era l’unico comando cui il destino avrebbe ubbidito. Era giunta la fine.
Parole di addio traboccavano nella sua mente per poi morire in gola, e i sentimenti, che agitandosi finivano per cozzare tra loro, si annientavano senza pietà: l’Amore uccideva l’Astio, l’Orgoglio l’Amore, la Collera l’Orgoglio, e la Tristezza, soprassedendo sul suo trono ornato dal Dolore, guardava l’eccidio con totale disinteresse, sicura che sarebbe stata l’ultima rimasta. Tuttavia, l’immagine esteriore era di un’assoluta indifferenza e passività, come se solo l’involucro di se stesso si trovasse lì e la sua anima, altrove da lui, facesse da spettatrice, un tutt’uno indistinguibile con la Desolazione.
Lo spazio delimitato dagli edifici alti si fece imponderabile e piatto: si estendeva in tutte le direzioni e in tutte era uguale, solo loro due sembravano abitare il pianeta e sentirlo così distante e irreale.
“Perciò…”
Una leggera brezza si levò da ovest, trasportando con sé granelli di sabbia bianca nella quale i suoi piedi scalzi affondavano, cercando riparo, consolazione. Anche lei, magari, avrebbe affondato le radici lì e a quel “perciò” non sarebbe seguita alcuna parola; e, guardandola negli occhi, credette di trovare conferma a questo pensiero. Purtroppo si trattava solo del quadro di un breve attimo di sospensione, poco prima del decadimento.
“Perciò…”
Le ombre del sole storto, che calava come se stesse precipitando nelle profondità dell’universo, oscurarono le loro figure. Poi tutto si arrestò, il vento smise di soffiare, la stella di tramontare: la vita in un fremito finì e riprese nell’istante in cui lei si mosse lontano da lui. Il primo passo verso l’infinità dove lui non c’era.
La notte si sostituì al tramonto in un secondo, e nel buio atro che ingoiò tutto, l’unico elemento che riusciva distinguere era la sua schiena esile che diventava via via più sottile.
La stava perdendo, se ne accorgeva eppure era incapace di fare alcunché, come chi osserva impotente il ciclo impetuoso del mondo, egli osservava i suoi sentimenti andare alla deriva e affogare nel mare della disperazione: sembravano contenti di morire, sollevati dalla tanto agognata liberazione. La crudeltà di quell’immagine lo ferì e sentì di sanguinare da ogni capillare del suo corpo, il cuore batteva a vuoto, con incredibile fatica. Il cervello, all’interno della scatola cranica, soffocava e con lui i pensieri e la vista. La percezione del mondo esterno appassì ed egli fu sopraffatto da se stesso, prigioniero di un organismo morente incapace di esprimerlo.
Come fermare allora quella schiena? Se nulla in lui rispondeva, come fermare quella schiena? Ed il pensiero si addensava nei suoi neuroni scollegati e addensandosi, li schiacciava. L’idea diventava ossessione e l’ossessione, immobilità. Come fermare quella schiena?
#3 (2013)
Certe sere si sedeva sul balcone, a osservare le vibranti stelle nel cielo notturno. Non considerava questo gesto una manifestazione del suo animo poetico, trovava, anzi, fosse espressione della sua innata accidia. E anche un segno esteriore del suo ragionare per luoghi comuni. Cosa c’era di speciale nell’ammirare quei corpi celesti luccicanti? Nulla, per essere sinceri. Almeno metà della popolazione umana aveva la stessa abitudine. Centinaia di coppiette, proprio quello stesso giorno, osservavano rapiti lo spettacolo notturno. Quanti, poi, erano stati gli artisti che avevano descritto, dipinto, elogiato le stelle e il loro corredo serale?
Comunque egli, pur riconoscendo la banalità dei suoi gusti, teneva a precisare a se stesso –poiché, all’infuori di lui, nessuno si interessava all’essenza della contemplazione- che le uniche cose che la sua osservazione aveva in comune con quella degli altri erano il soggetto, le stelle, e il mezzo, gli occhi. E se si andava oltre questo fatto puramente fisico, ciò che egli faceva certe sere, era qualcosa di profondamente diverso: la sua era osservazione pura.
A volte le cose semplicemente finiscono. Allora bisogna prenderne atto e lasciare che accada, senza troppi melodrammi. Dirsi addio in fretta e prendere strade diverse e non continuare a ferirsi vicendevolmente, per mesi, anni. Una vita intera. Tuttavia, nel processo della separazione, accorgersi proprio che è
Va bene, direi che basta. Ne ho altri, magari una prossima volta.
Caroline, indolenzita
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