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autopsia di un’anima

Mi capita spesso di chiedermi come vivono gli altri. Suppongo che è perché non mi faccio illusioni: viviamo da soli. Per quanto bene possa conoscere qualcuno, per quanto io possa amare una persona… non saprò mai come vive. Posso farmi un’idea, ma è approssimativa. Posso pensare che i nostri cuori sono vicini, ma è solo un attimo… prima che il fraintendimento si faccia presente.

Credo che è per questo che mi sento sempre sola. Piuttosto che sulla vicinanza, mi concentro sulla distanza. E mi sento aggredita quando la gente pensa di avermi capita. Non perché pensi di essere una persona difficile: sono, anzi, terribilmente semplice. Mi sento sola e sento più le distanze che le prossimità. E questo è tutto il mistero su di me.

Guardo nella prospettiva sbagliata, ma come scrisse Pessoa in una poesia geniale, “Tabaccheria”, probabilmente vivo con lo stesso sconforto che causa girare la testa in una posizione dolorosa (sto parafrasando malissimo). E cosa si fa? Uno vive come può. E così come io non so come vivono gli altri, nessuno sa come vivo io. Questo è triste.

La psichiatria sembra avere nomi da dare alle idee che mi vengono in testa o alla mia visione del mondo, forse al mio modo di vivere. Per un po’ di tempo ne ero ossessionata, perché volevo una soluzione e perché credo di aver vissuto nella convinzione che avere un nome sarebbe stato un riconoscimento… e pensavo che essere riconosciuti fosse una forma di avvicinamento. Però ho sbagliato i calcoli. Io riconosco le persone che amo, ma appunto, le riconosco anche nell’essere distanti da me. E anche se per un po’ i nomi della psichiatria mi sono stati utili, proprio come le etichette LGBT, ora mi disturbano.

Allora come vivo io? Quando lo dico, a volte la gente empatizza. So che si empatizza per avvicinarsi, ma sento sempre al contrario. Sento maggiore distanza, quando la gente cammina verso di me. Eppure, le volte in cui mi sembra di avere una connessione, sono le migliori… sono quei piccoli attimi in cui mi sembra di collegarmi con gli altri, a volte non è nemmeno parlandoci… a volte è un gesto che rivela qualcosa della persona. Qualcosa che era inaccessibile prima e probabilmente sarà inaccessibile dopo. Suppongo che è per quello che non mi dà fastidio non capire le cose. Perché so che è inutile capire, in un certo senso.

Non so nemmeno cosa voglio dire. Voglio fare un’autopsia di me stessa. Vorrei dire come vivo. Anche nell’inutilità del gesto. Perché se c’è qualcosa che so con assoluta certezza… è che nessuno può “salvarmi”. C’è chi crede che io sia un’anima in pena e che abbia bisogno di una mano. Non è così. Ho gli occhi ben aperti, anche se ogni tanto sono pieni di lacrime. Anche se ogni tanto vorrei non avere la testa girata in questo modo.

Beh, come vivo. E’ grottesco spiegarsi così, appunto, aprendosi come un cadavere. Pessoa scrisse “che cosa è l’uomo senza la pazzia, se non una bestia sana, un cadavere rimandato che procrea”. Un po’ sono già cadavere, che problema c’è nel farsi un’autopsia.

Tutta la mia esistenza si riassume nel disegno di una linea e il mio rapporto con questa linea. Cerco di afferrarmi a questa linea che ho tracciato e afferrarla per me significa vedere il bicchiere con l’acqua, niente di mezzo pieno o mezzo vuoto: vedo il bicchiere e vedo l’acqua che c’è. Prendo decisioni, sbagliate o giuste che siano, le faccio con in testa il bicchiere e l’acqua. E quelli sono i momenti dove riconosco le persone che amo e le amo, appunto, anche alla distanza. Le amo anche nelle meschinità e nelle gioie, proprio perché vedo il bicchiere e l’acqua per quello che sono. Un contenitore e il suo contenuto e ciò che non contiene. Sono i momenti in cui mi sento collegata e dove, davvero, posso respirare sulle piccole cose (breathe on the small things, questa è dei BTS).

Poi ci sono periodi dove invece perdo questa linea. Perderla per me significa andare in due direzioni, o sotto o sopra. Non è così netto comunque, forse la metafora della linea è mediocre. Poco importa. C’è una linea e ogni tanto si “desdibuja” (dibujar in spagnolo significa disegnare…). Allora quando succede, a volte divento una persona che è sulla cima di se stessa, tutte le insicurezze spazzate vie, tutte le riflessioni sparite. Non esiste né bicchiere né contenuto, tutto è fare, muoversi, camminare. Tutto è frenetico nella mia testa e proprio per quello nulla conta davvero. Nemmeno io. Non dura molto, comunque… ed è una sensazione che mi piace (finché non mi sopraffà), perché sono intoccabile. Forse non nel senso migliore, però questo è il mio modo di vivere. E uno vive come può.

Forse il secondo esito del desdibujarse della linea è il più pericoloso. E quello che la gente crede di capire meglio, ma non lo fa. C’è il bicchiere e c’è l’acqua ma non m’interessa. Non m’interessa niente. Non amo nessuno, nemmeno me stessa. Nei giorni migliori di questo esito, posso uscire e fare cose (trascinando la mia esistenza come un peso morto) ma non sento niente, né il freddo, né il caldo, a volte neanche la fame o forse li sento, ma siccome non m’interessa, non contano comunque. E quello che mi spaventa è che la disconnessione dagli altri in questi momenti è peggiore ed è come se… non significassero nulla per me. Ogni tanto c’è un po’ di odio, perché credo di essere odiata. Il senso di vuoto è spaventoso, ancora di più che sentirsi davvero tristi. Io faccio qualsiasi cosa pur di mandarlo via. Alla fine, anche se sembra che io stia salutando tutti… se sono disposta a fare qualsiasi cosa pur di non sentire il vuoto… non è come se mi afferrassi alla vita? A volte piango ed è una cosa buona, perché mi fa male la faccia e sento di esserci, in qualche modo. Il mio corpo risponde a uno stimolo.

C’è chi pensa, sbagliando, che questi momenti siano materiale artistico. Ebbene, io non mi sento né artistica né niente. Ma le poche cose pseudo artistiche che faccio, posso assicurarlo, non nascono da nessuna delle due fasi. Durante queste né penso, né scrivo, né leggo. Infatti, ora che finalmente il panico che mi assale sembra un po’ domato, leggo molto più di quanto abbia fatto nell’ultimo anno. E leggo con piacere, non col senso di costrizione, come chi ripete un’azione per darsi un senso d’identità.

E’ quando c’è la linea, e io posso vedere il bicchiere e l’acqua, che posso esserci, collegata con gli altri o camminando più lontano. Ma ci sono. Ed è in quei momenti che posso prendere la me frenetica e la me vacua ed essere una nella molteplicità delle parti.

Vorrei sapere come vivono gli altri, perché probabilmente vorrei sapere cosa si sente ad avere fede nella vicinanza e non nella distanza.

Eppure, se me lo chiedete, io vi direi che sono una persona allegra e che ama molto. Un po’ cinica e un po’ stronza, molto malinconica. Eppure sono sicuramente una persona allegra, che sa disprezzarsi e proprio per questo può volersi bene. E se mi dite che non ha senso, ecco, quelli sono i metri che ci separano.

PS: ho goduto di giorni molto belli, in questo periodo. Ma sento che di nuovo perdo la presa sulla mia linea. Perciò forse è un saluto, per un po’. Non c’è niente di cui preoccuparsi comunque, so prendermi cura di me stessa. E so usare gli strumenti del mondo per vivere come posso.

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