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Considerazioni sulla plastica come materiale sostitutivo

Non sono io quello che legge poesie. Se mi guardo intorno, non sono io quello che può apprezzare la fine disposizione di questi oggetti nello spazio. Della cristalleria che, alla luce del pomeriggio, scintilla, e in questi riverberi, il pulviscolo sospeso sembra danzare. Ecco, non sono io quello che può pensare questo. Per me la polvere sporca, la luce che entra peggiora la mia emicrania e questi oggetti ordinati non sono altro che massa e dimensioni, occupando spazio nel salotto. E io, per me stesso, non sono altro che un incidente casuale e opaco, interrompendo l’estetica e gli equilibri degli interni. Proprio come la fotografia che ho incorniciato e appeso sulla parete davanti a me. È un elemento estraneo all’arredamento, come un punto scuro in mezzo alla luce, ma è l’unico che mi è proprio.

Mi fissa e anche io lo faccio. E il volto e il suo sguardo sono per me l’evidenza della mia disgrazia.

I secondi si sono accumulati e di tempo ne è passato. Ho impostato sveglie e le ho spente, ho preparato colazioni e le ho mangiate, le ho saltate a volte, ho salito e sceso scale, ho preso aerei e ho guidato macchine per strade sconosciute, ho premuto lo scatto come un grilletto e in altre occasioni il mirino era su di me. Di tempo ne è passato. Ho comprato vestiti, ne ho dismessi altri. Ho comprato borse, zaini, obiettivi e treppiedi, pranzi al sacco, litri di vodka, ho assaggiato ogni tipo di drink. Di tempo ne è passato ed io attorno alla sua assenza, mi sono affannato alla ricerca di esperienze e oggetti che potessero riempire la voragine. Ma ho inghiottito tutto e non è rimasto niente. Asterione, il minotauro, ha vagato per tutta l’estensione del suo labirinto dalle infinite uscite e non ha trovato niente, se non pareti e altre vie e altre vie, ma nessuna da prendere. Asterione, il sultano, sulla cima dei suoi possedimenti, conscio della grandezza dei suoi domini, allunga la mano e ricorda di non dover più afferrare nulla: tutto quello che lo circonda è l’oro di re Mida, perché egli è come re Mida. Tutte queste cose che possiedo, tutta questa luce che mi avvolge è una maledizione e un promemoria della mia solitudine.

Ed eccomi qui, seduto in un salotto che non riconosco, con uno spettacolo luminoso che non posso apprezzare, ricordando i versi che lui leggeva per me, perché non sono io quello che legge poesie. Non sono stato nemmeno io ad accorgermi di continuare a correre, pazzo, in una serie infinita di corridoi che si ripetono e l’uscita è appena dall’altra parte, proprio oltre queste pareti: sento i rumori della vita fuori, della città che scorre e brulica e la odio e la voglio ma non posso raggiungerla. Come con Calisto, quello che legge poesie tristi e quei versi e la sua voce parlavano a me, che sono una bestia accidentale. Pessoa lo scrisse, io lo sottoscrivo “il mio cuore è un secchio svuotato/ come quelli che invocano spiriti invocano spiriti invoco/me stesso e non trovo nulla”.

Allontanate da me questo calice.

 E gli occhi di Calisto mi fissano dalla foto e io mi chiedo, mi chiedo con paura e stupore, cosa sarebbe successo se io lo avessi trattenuto proprio qua, proprio al centro del mio labirinto. Forse qualche carezza sulla groppa? Forse altre poesie che odio, ma mi piace la sua voce. Mi piace che le legga, mi piacciono le poesie se è lui a dirle. Mi piace questo labirinto, se lui ci vive. E io, io stupido Asterione, l’ho messo alla porta. L’ho messo all’uscita di questo labirinto, proprio quella che a me è preclusa. E l’ho fatto, perché preferisco questo che vivere nell’incertezza ogni giorno, ogni notte, che lui -solo- potesse trovarla e andar via. Le poesie mentono come mentono i sentimenti. Ed io ho paura, come le bestie, a un livello istintuale, ancora prima del pensiero.

In bilico tra la bestia e l’umano, sono un mostro. E i mostri, alla luce o al buio, che siano sultani o mendicanti, i mostri esistono, sopravvivono foss’anche come meri simulacri.

Cosa dovrei fare ora? Non lo so. Vorrei, se potessi, vorrei rompere questa cristalleria, gettare dalla finestra i vestiti, le borse, le scarpe, la fama, il mio oro. Perché tutto questo che ho ottenuto, tutto questo che mi circonda e abbellisce il mio insipido labirinto, tutto quanto è stato voluto e fatto per lui e nella sua assenza, niente ha senso e tutto lo ricorda.

Ma senza questi cristalli, senza i suoi possedimenti, che cosa è un sultano? Che cosa sono io senza i miei dintorni? Resterei solo davanti al deserto che si spande dentro di me, sentendo l’aridità che prosciuga qualsiasi cosa avrei potuto farne di me.

Questa è la mia condanna. Quali peccati sto pagando? Allontanate da me questo calice. Sono solo un essere umano insufficiente e vivo al limite, sul bordo, trattenendo il passato che mi insegue, seminandolo mentre barcollo tra le pareti infinite del mio labirinto. E mi afferro alla linea incerta che è il confine tra la persona e la bestia. Voglio sapere cosa sto pagando.

Alla luce arancione del tramonto, la cristalleria scintilla, anche se il riverbero si è fatto opaco, come questa casa, come la mia presenza.

Prego per un Teseo che arrivi e porti via da me questo calice.


-breve narrazione trascurabile di come è nato questo racconto-

Inizialmente doveva essere un racconto per un concorso. La traccia era partire da una foto (ricordo che era una ragazzina che fissava dritto nell’obiettivo)… beh, avevo scritto due frammenti, ma poi ho lasciato perdere, come al solito. Però l’idea di scrivere qualcosa attorno a come riempirsi di oggetti (plastica, nel senso di artificiale) sia un modo per scappare o distrarsi, ma ciò da cui si fugge, sempre riesce a ritrovarci… ecco, quella idea era rimasta.

Devo dire che non aveva questi protagonisti… visto che questi sono in realtà personaggi di una storia lunga alla quale sto lavorando da qualche settimana. Però, non so, mentre riprendevo i frammenti in mano, ho immaginato Asterione seduto in una casa lussuosa e poi ho pensato alla sua storia. Ci stava e ho cambiato un pochino gli intenti. Chissà, mi rendo conto che a leggerla così sembra incentrata di più sulla storia romantica, ma suppongo che ognuno scelga il proprio punto di vista.

Ci sono molti riferimenti, oltre a quello palese di Pessoa. L’altra storia che avevo in mente mentre scrivevo questo raccontino… beh, mentre ideavo il personaggio di Asterione in sé (sì, è una persona) era il fantastico racconto di Borges “La casa di Asterione”. Se non lo avete mai letto, per favore, rimediate. Ho una sorta di ossessione con quel racconto, lo rileggo almeno una volta al mese (se non di più)…

http://www.sagarana.net/anteprima.php?quale=396

Forse è un po’ illegale? Ma vi voglio bene e non si può non conoscere questo racconto.

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