“ASSOLO”
Melodia per i sopravvissuti
o “Trittico sulla morte e per la vita”
(click)
Un, due, tre… la spia rossa, sì.
Bene.
Ecco qui, allora, una voce che parla dalla voragine.
(sussurrato) È un po’ di narcisismo, suppongo, un po’ di narcisismo. (scricchiolio di sedia in sottofondo)
(sussurrato) No, no, non posso fare nemmeno questo. (starnuto)
(click.)
Così tanti pensieri così tanti pensieri il mio cervello si sta spegnendo allora perché così tanti pensieri senza forma così tanti pensieri senza meta c’è il sole fuori anche d’inverno c’è il sole fuori basta pensieri buio la mia mente si sta spegnendo ti prego spegniti più in fretta la luce sul tetto stamattina un altro giorno un altro giorno l’angoscia fa paura respirare qui di nascosto con le narici dilatate come gli animali spaventati il mio pensiero si addormenta finalmente si spegne spegniti lentamente assaporando questo momento prima del punto finale la luce quel giorno tra gli alberi era così bella filtrava tra le foglie di un verde tale ho capito quel giorno nella luce ho visto non posso tornare indietro va bene è giusto quanto era bello quel giorno la brezza fresca nel viale il frusciare delle fronde un ricordo di primavera alle soglie dell’inverno alle soglie del nulla senza paura verso il basso nel nero anche allora le mie parole erano solo urli usciti dalla voragine dove l’ho lasciato non l’ho distrutto avrei dovuto distruggerlo bruciarlo quel è troppo tardi chi se ne frega tra qualche istante non sarò più chi se ne frega avevo scritto di lui sì in quella sera d’estate sul fiume la luna piena si rifletteva si specchiava la luminosità nel cielo pareva giorno quella sera d’estate sì era come se fosse mattina lui però se ne stava all’ombra quanto mi sei mancato quella sera d’estate non posso dimenticarla quando se ne stava nel buio in una notte così luminosa brillavano i suoi occhi nel buio come era bello quando rideva le poche volte che rideva era un idiota superbo sei morto per quello perché eri un idiota superbo però quella sera d’estate nel buio che faccia avevo io nella luce sicuro pallida me ne stavo tremante una sera d’estate
taratarata tan tan tan taratarata tan tan tan
la canzone dice che l’estate sempre finisce è vero odio il caldo sono felice ero felice ogni volta che finiva l’inverno è raggelante il vento tira la pelle screpola le labbra le mani come lame che si sono scontrate nelle nocche fa freddo anche oggi anche se c’è il sole è inverno avrei preferito vedere un cielo pieno di stelle brillando timidamente a anni luce da qui calde eppure fredde ai miei occhi avrei preferito vedere un cielo pieno di stelle pieno di stelle non fa tanto male però è triste morire col sole sarebbe stato meglio un cielo pieno di stelle falls the shadow avrei preferito davvero un cielo pieno di stelle life is very long tiritando azules a lo lejos
L’appartamento si trovava all’ultimo piano di una palazzina priva di ascensore.
Gli agenti salirono le scale in silenzio, tra uno sbadiglio e l’altro. Qualcuno li aveva chiamati verso mezzanotte, lamentandosi di un’inopportuna vicina che, con la sua musica, non lo lasciava riposare. Pensando si trattasse solo di un inquilino un po’ esagerato, avevano lasciato correre. Poi le chiamate si erano moltiplicate ed erano stati costretti a uscire, al freddo.
Bussarono alla porta, cercando di sovrastare il rumore proveniente dall’abitazione.
Nessuno rispose.
Nel frattempo, i curiosi si erano accalcati sul pianerottolo e si prodigavano anch’essi –alle volte in maniera piuttosto rude- nel chiamare la giovane, ora urlando il suo nome, ora prendendo a calci la porta. Ma la ragazza insisteva nel suo mutismo: già se la immaginavano, con la faccia da Buddha, prendersi gioco dei loro schiamazzi.
Alla fine, gli agenti –un po’ stanchi, un po’ preoccupati- decisero di irrompere nella casa.
La porta crollò con facilità, quasi deludendo i presenti.
Non ci fu nessun movimento: la canzone che suonava in quel momento ebbe un arresto, ma poi riprese, con maggiore intensità. A prima vista, non vi era nulla di strano: l’ambiente era ordinato, la pulizia sufficiente, persino gli oggetti, che poggiavano sulle mensole piene di libri o sul tavolo della cucina, avevano quell’aria ordinaria delle case abitate da gente comune.
La trovarono distesa sul letto.
Aveva gli occhi spalancati e le labbra socchiuse.
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