Aveva sperato che il caffè sistemasse il suo umore quella mattina, ma era aspettarsi troppo, dovette ammettere con amarezza.
Nemmeno il tabacco o l’alcol e la marijuana nel weekend erano stati di grande sollievo.
Poteva solo essere consapevole dello stato delle cose e accettarlo così come si presentava.
Un caffè non sistemava proprio un bel niente. E forse, al contrario, togliendo quella cappa di sonnolenza, rendeva più vivida la sua disgrazia.
Sospirò, già dentro la carrozza del treno. Il riscaldamento era molto forte quella mattina, ma lei non ci badò: c’era un freddo che le veniva da dentro e la faceva tremare, come se avesse la febbre. E sarebbe stato utile per spiegare il suo umore pessimo e i suoi pensieri ingombranti, girando e girando attorno a una sola questione, ingigantendola, aumentando il suo grado di infelicità.
Sapeva che era il quattordici febbraio, ma per lo meno -si consolava- ancora nulla le aveva ricordato fisicamente che era San Valentino.
Che stessero pure lontani i simboli e gli auguri di quella festività! Non avrebbe nemmeno attivato i dati sul telefonino per evitare tutta quella marmaglia di cuori e fiori e messaggini ridicoli. Nessuno rivolto a lei, sia chiaro, ma la sua intolleranza al romanticismo in quei mesi aveva raggiunto livelli critici. Doveva mordersi la lingua per evitare commenti sarcastici e maligni, perché, d’altronde, non era colpa di nessuno se lei era così sventurata. E quella era probabilmente la cosa peggiore: non poter additare nessuno, non avere nessun controllo sui sentimenti degli altri. Di una persona in particolare.
Persona che se ne stava lì, come sempre, in piedi sulla banchina, col sorriso smagliante. Quella mattina aveva sperato di non ritrovarsela sul treno, tanto che aveva cambiato l’abituale prima carrozza per la terza, ma le divinità la odiavano e complottavano contro la nostra protagonista.
“Meno male che il treno si è fermato più avanti! Altrimenti non ti avrei vista, come mai hai cambiato carrozza?” chiese la persona.
“Non ci ho fatto caso, veramente…”
“Nottataccia?” stava ancora sorridendo e lei voleva solo dirle ‘che cazzo ridi’, ma si trattenne. Non era certo colpa di quella persona.
“Sì, qualcosa del genere”
Restarono in silenzio per un po’. La nostra protagonista ne approfittò per osservarla e cercare di desistere. A essere sinceri non era nemmeno questo granché. La persona era solo una tipa piccoletta, aveva sì i tratti delicati ma niente di particolare; indossava tutte le mattine un giubbino nero brillante (imbarazzante) e se ne stava sempre sorridente come una stupida. In un certo senso, era un po’ stupida. Voleva essere cattiva e distruggere ogni cosa di lei che le potesse piacere, per riappacificarsi con se stessa, per smettere di dedicare a quella persona piccola e un po’ ridicola le sbornie del weekend. Ma poi la persona la fissava con i suoi grandi occhi castani e i suoi propositi andavano in frantumi.
Aveva lasciato solo una cuffietta nelle orecchie, come a indicare che era disponibile alla conversazione, ma non troppo. E siccome gli astri erano ostili a Saturno (lo aveva detto quel ciarlatano in tv), doveva proprio iniziare a cantare lo stupido di Steven Wilson, per andare ad abbellire il suo quadro di sofferenza.
A 60 ton angel falls to the earth
A pile of old metal, a radiant blur
Scars in the country, the summer and her
Erano così i suoi sentimenti per lei: erano caduti come un macigno pesante su di lei. E restavano lì, vecchi, a volte un po’ offuscati, ma sempre brillando, sempre impedendole di guardare oltre e andare avanti. E anche se non era estate, poco importava, un dettaglio tanto insignificante non avrebbe impedito che quella metafora la facesse scivolare ancora di più nella vertigine della sua disperazione.
“Sai… oggi sono un po’ nervosa…” disse finalmente la persona. E non era il momento migliore per iniziare a parlare, non quando la nostra protagonista stava cercando di sublimare il suo dolore.
“Come mai?”
“Beh, oggi è San Valentino… no?” mormorò mentre cercava qualcosa nello zaino. La nostra protagonista preparandosi per il colpo. “A lei non interessano queste cose… però, ecco… io ci tenevo… non mi aspetto nulla, però io ci tenevo…” le mostrò una scatola piccola di cioccolatini francesi. “E ho anche questo!” sorrideva, piena di allegria. Il cervello della nostra protagonista aveva avuto l’accortezza di sorvolare sul dettaglio della rosa, che evidentemente la persona aveva avuto in mano fin da quando era salita sul treno.
La persona la fissava aspettando un commento, ma lei non riusciva a dire niente. Forse era arrivata al suo limite.
“Ho sbagliato, vero? Non avrei dovuto…” e alla nostra protagonista sarebbe piaciuto che lo dicesse pensando a lei, ma sapeva che la tipetta parlava della sua fidanzata. Un altro peso nel petto, tanto che pensò che sarebbe esplosa o che sarebbe corsa giù dal treno o avrebbe iniziato a piangere, invece, un sorrisino timido apparve sulle sue labbra: complimenti, nuovo livello di sopportazione sbloccato.
“Lei sa che tu sei tu” fece spallucce “sarebbe strano se non facessi nulla… se poi davvero non ti aspetti nulla, tanto meglio per te” tossì, cercando di ingoiare il rospo. “E lei avrà guadagnato una rosa… e dei cioccolatini. Tutti vincono, nessuno perde, finale felice.”
La persona si mise a ridere di gusto.
“E invece tu hai piani per questo venerdì sera?” chiese, come chi si aspetta una confessione.
Voleva saperlo? Ebbene, lei gliel’avrebbe detto.
“Un po’ di Steven Wilson, un po’ di Billie Eilish, mentre mi drogo pensando a te.”
Ispirato a un ragazzo che alle 9 del mattino era l’unico ad avere una rosa in mano. E alla mia febbre che mi ha fatto volare alto.
Ginevra, the returner.
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