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Quando piove, diluvia

Ho bisogno di scriverlo, ma non di parlarne con qualcuno. Perché i sentimenti di tristezza le persone li vogliono risolvere ma io devo imparare a conviverci, non a evitarli. E credo che questi pensieri abissali siano contagiosi: poiché li detesto, non voglio condannare nessuno. Se qualcuno può empatizzare, è benvenuto e mi dispiace.

Non mi piace usare parole altisonanti per descrivere le oscillazioni del mio umore: è come un rito scaramantico, forse è un tentativo di declassarle. E ormai quasi tutti dicono che sono depressi, quando non è vero. Perciò quello che sento, visto che è un sentimento tanto crudo… vorrei usare parole meno abusate. Mi piacciono le locuzioni di Nietzsche “pensiero abissale”, “pensieri-gocce-di-piombo”.
E’ qualcosa di totalmente opprimente e buio. La nebbia che arriva non mi lascia mai vedere a un centimetro dal mio naso.

Lo so quando sta arrivando. Quando il pendolo che sono si sta spostando dall’altro lato. E’ come un momento di vuoto nella testa, come una pressione nel petto. Quando sento questo, so che mi devo preparare. Come incasserò questa volta i colpi? Sarebbe possibile incassarli meglio della volta scorsa? Non ne sono sicura. Se ti picchiano fa male, non importa quante volte lo facciano.
Come sopravvivono gli altri? Perché so di non essere sola in questo dondolare.

La cosa peggiore credo sia la lentezza. Tutto si va spegnendo poco a poco, ma come la persona viva che sono… una parte di me si oppone. Voglio ridere, ascoltare musica allegra. Dire cose carine e ripetere instancabilmente “non sarà così terribile, stai bene, stai bene”. Però non ottengo mai un effetto magico dalla ripetizione della formula. Solo un’illusione disattesa, come sempre.

E alla fine, nonostante tutta la resistenza, intere parti di me si arrendono. Non mi posso concentrare su nulla, perché non ho le forze: è così faticoso persino spostare le dita sulla tastiera. Tutte le attività di escapism di un tempo sembrano impossibili da realizzare: non riesco a leggere, se leggo non mi diverte o non ricordo. Non riesco nemmeno a decidere che cosa voglio fare. In realtà è perché non voglio nulla. Se mi fai una domanda, forse risponderò, ma non sarà né la mia voce, né il mio pensiero: solo una risposta a uno stimolo, più una cortesia per non farmi odiare di più, perché quando mi sentirò meglio, mi dispiacerà la mia scostanza.

Così, poco a poco il numero delle persone a cui potrò  rispondere sarà sempre di meno e dirò comunque poco. E qualcosa di me le odierà, perché una volta iniziato questo processo, una volta sconfitte le uniche resistenze, il precipitare è lento, sì, ma inesorabile. E qualsiasi cosa o chiunque s’interponga tra me e il fondo dell’abisso è un ostacolo.

E il problema è dentro come fuori. Le forme del mio corpo diventano mostruose, guardo il mio riflesso e mi sembra terribile: e vedermi in quello stato è come ricevere altri colpi . E più so che dovrei sistemarmi, farmi una doccia, mettere vestiti puliti, un po’ di profumo magari, più tutto è inutile. L’immagine è sempre insufficiente.

Quando e come finisce, chi lo sa. E’ come un paesaggio dopo il temporale: l’umidità è rimasta nell’aria, c’è bagnato dovunque, il cielo ancora è grigio. Ad ogni modo, so che è passato il diluvio, che mi aspettano giorni di sole. E il sole ogni tanto sarà torrido e quello sarà un problema.

E in queste settimane so che la pioggia sta arrivando… e quando piove, poi per me, diluvia. Nonostante questo, va meglio. Posso dirlo, anche se è contraddittorio.

Perché, nelle parole di RM in “Forever rain”

Quando piove,

Mi sembra di avere un amico

Che continua a bussare alla mia finestra

Chiedendo se sto bene

E io rispondo, sono ancora ostaggio della vita

Non vivo perché non posso morire

ma sono incatenato a qualcosa

Il mio peggior nemico è il mio migliore amico. Perché questo è ciò che ho, e perché se voglio vivere -e voglio farlo ancora per un po’- questa è la mia unica via.

Caroline, amor fati.

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