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Due considerazioni sulla banalità leghista

Non dedico mai a nessuno quello che scrivo . Non è per ingratitudine, ma solo perché spesso le mie riflessioni nascono da molteplici stimoli. Sarei ingiusta a scegliere solo uno tra i tanti. 

Ma ci sono casi in cui faccio un’eccezione. Questo è uno di quelli.


 

A Salvini,
per il disprezzo.
Quello che non ci uccide ci rende più forti.

 

1.- Introduzione – “Il mondo è di chi è nato per conquistarlo, e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione”

Due sono i difetti peggiori delle persone che credono di essere intelligenti e particolarmente critiche: la supponenza di avere ragione e l’abisso che esiste tra la loro visione di come il mondo dovrebbe essere, di come il mondo è e come potrebbe diventare*.
Mi riferisco alla mancanza di senso di realtà di molti presunti intellettuali.
L’eccessiva utopia paralizza; il mondo utopico, del resto, è una proiezione di interessi personali: il nostro paradiso potrebbe essere il purgatorio di qualcun altro.
Vivere in società ci costringe ad affrontare la complessità (magari pure il fastidio) di dover mediare tra istanze diverse dalle nostre.Vivere ci costringe ad affrontare la realtà, a considerare lo stato delle cose e le possibilità concrete.

Come titolo di questa introduzione ho scelto alcuni versi di “Tabaccheria” di Alvaro de Campos (eteronimo di Pessoa): esemplificano in maniera poetica le premesse per un pensiero critico partendo dal leghismo attuale.
Non bisogna sottovalutare le idee di cui si fa portavoce Salvini, ma non bisogna, dall’altra parte, prendere l’atteggiamento supponente di chi sa di avere ragione e guarda con disprezzo l’ignoranza delle posizioni leghiste.
Chi con sorpresa si sgomenta dinanzi agli slogan di estrema destra ha peccato di ingenuità. Probabilmente noi tutti, benpensanti progressisti, abbiamo creduto stupidamente che la bontà delle nostre posizioni sarebbe stata sufficiente a darci l’egemonia culturale. Non è così.
Abbiamo ragione? Allora dobbiamo persuadere gli altri.

La società degli eterni indignati non porterà mai da nessuna parte. Perché se continuiamo a pensare che chi ci attacca e offende è un nemico e ci separa da lui un abisso insuperabile, allora il nostro atteggiamento non sarà dissimile dal procedere salviniano che mostrifica l’avversario. Con i mostri nessuno parla: i mostri li uccidiamo.

E a discapito di chi spesso chiede uno schieramento chiaro e dicotomico, sostengo che indagare i motivi dietro a certe posizioni non è giustificarle, ma ridare quella complessità che Salvini e i suoi amici tolgono alla realtà. E’ nella zona grigia che il gioco della persuasione può avere senso.

2.- Chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro

Per me, che cado spesso in quello stupido atteggiamento tracotante di chi crede di saperne di più degli altri,  è stato molto difficile cercare di capire i leghisti.
L’epifania mi è arrivata da una conversazione casuale con un vigile che lavorava nello stesso posto dove allora lavoravo anch’io. Si trattava di una persona abbastanza giovane, simpatica ed educata. Il discorso era improvvisamente caduto sul sistema scolastico italiano e la persona affabile che credevo di aver incontrato si trasformò in un ex-studente arrabbiato e frustrato da vere o presunte umiliazioni scolastiche.
A poco a poco, il suo monologo cominciò a deformarsi su altri ambiti, per esempio il fatto che nonostante lui fosse una brava persona, gli insegnanti insistessero in penalizzarlo e che i disonesti venivano premiati. Che anche fuori, nel mondo, le cose continuassero a essere così, ma che adesso era arrivato Salvini a mettere un po’ di ordine.

Il rendimento accademico di questo signore non è rilevante per il nostro ragionamento. Ciò su cui vorrei soffermarmi ora è il senso di esclusione ingiusta che questo vigile aveva sentito per tutta la sua giovinezza.
E’ interessante come, tra l’altro, le nostre argomentazioni, pur assomigliandosi, finissero in due sensi totalmente diversi: sono profondamente convinta che la scuola sia un dispositivo escludente e meccanico** e che, vista la sua importanza nella composizione della società, debba essere preso sul serio un suo tentativo di riforma; il vigile indirizzava la sua critica nello stesso senso, ma laddove io concludevo con una responsabilità dell’educazione nella mancanza di discernimento delle persone (e avevo dato per sottinteso che quel difetto era imputabile agli elettori della Lega), lui vedeva in Salvini una soluzione a quel senso di disorientamento. Il vigile voleva qualcuno che dicesse lui cosa era giusto e cosa sbagliato, che gli mostrasse la via già costruita per avere di meglio.
Allora lui, ai miei occhi, era diventato il prodotto di una scuola, di una società e di una cultura*** che premia il conformismo: non inteso come pigrizia, ma come acriticità, adesione silenziosa a una struttura già predisposta.
Per esempio, se ragioniamo su questo punto, possiamo pensare la meritocrazia come una sorta di conformismo (narrazione ingenua già predefinita): perché esista una pratica meritocratica, le persone dovrebbero partire dalle medesime condizioni. E questo non avviene, oserei dire, mai.
Quali sono i parametri del merito? Se ai meritevoli spetta il successo, cosa accade agli sconfitti?
Il vigile si rifaceva a una idea semplice di ordine meritocratico. Poiché era una brava persona, si meritava di più di chi, a suo giudizio, non era bravo quanto lui.
A chi pensa che la meritocrazia è premiante, suggerisco di pensare che è anche escludente, in altri termini, discriminante.
L’unica operazione semplice e geniale che Salvini compie davanti a persone che si sentono lasciate indietro è sottolineare il meccanismo modificando i parametri della meritocrazia: perché sei italiano, già solo per quello, meriti più dello straniero. Salvini alimenta il senso di insoddisfazione e propone una soluzione per lenire la ferita. E la soluzione necessita di qualcuno da tenere sotto, di modo che in prospettiva, si salga di un gradino sul podio del merito. Grande guadagno essere “meno ultimi tra gli ultimi”.****

Nonostante i toni violenti e i gesti eclatanti, il pensiero di Salvini è il pensiero dei deboli. Ho letto ormai molti anni fa “L’Anticristo” di Nietzsche, dove esplicita in maniera più organica l’idea che lui aveva per “dominio dei deboli” e che più spesso è tornato nei suoi lavori. Penso alle sue posizioni, mentre affermo che Salvini stesso è un debole. Non lo dico con violenza, con desiderio di schiacciarlo come se fosse una blatta qualsiasi, lo dico con l’intenzione di ridimensionare la sua volgare competizione per provare che ha il genitale più lungo.

Posso essere d’accordo sulle ingiustizie del sistema, sulle sue mancanze, su tutti i punti criticabili. Penso di aver chiarito quanto la questione “meritocratica” mi risulti ingenua, ma non posso negare che chi è escluso dalle vette meritocratiche (tra cui mi annovero, studentessa qualunque di facoltà ritenute inutili) è effettivamente lo sconfitto. E la cosa peggiore per una sconfitto è invidiare, è non rendersi conto delle condizioni vere in cui sono date le sue miserie.
Non è il somalo a Lampedusa che rende la vita del nostro protagonista vigile ingiusta. Non è la Germania o l’Unione Europea la madre di tutti i mali. E Salvini non è il detentore della via giusta.
Pensare criticamente richiede esercizio costante, richiede coraggio e responsabilità. Solo una persona responsabile vaglia i pro e i contro e sceglie, anche quando la scelta è difficile. Salvini non sceglie mai, cavalca l’onda. I suoi elettori lasciano che lui detti il da farsi.

I suoi avversari Salvini li chiama “buonisti”, piuttosto che offenderci e storcere il naso, sarebbe più pratico soffermarci sull’epiteto. Ci è utile per sottolineare il senso peggiorativo della bontà: essere buoni può essere sciocco quando viene fatto con superficialità. E credo che il grosso errore degli oppositori sia stato peccare di superficialità: convinti della validità delle proprie ragioni, non fanno il minimo sforzo per persuadere gli altri.
Nel saggio Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica di Bruno Latour, ho trovato tra le analisi più lucide a questo problema. L’antropologo chiama “disastro epistemologico”: <<Nessuna conoscenza certa si regge da sé. I fatti restano saldi quando c’è una cultura comune che li sostiene, istituzioni di cui potersi fidare, vita pubblica grossomodo decente, media un po’ affidabili>>.
Essere superficiali presuppone lo stesso atteggiamento acritico del pensiero leghista; continua ad alimentare un ambiente che, invece di favorire il buonismo, beneficia la banalità leghista. Perché, dopotutto, credo che il grosso problema di questi tempi stia nei modi, ancor prima che nei contenuti. Ritornando ai miei vaghi ricordi sul pensiero post-moderno, non dicevano loro che la forma è contenuto?
Le forme della politica ora sono i talk show, il linguaggio semplice e dicotomico, le argomentazioni immediate e semplificate. E così come Salvini e il suo seguito mostrificano gli avversari, l’opposizione ha mostrificato i leghisti. Come Nietzsche ci avvertiva, lottando contro i mostri, siamo diventati a nostra volta tali.

 

 

 

 

*In questo senso, la prima persona da biasimare è probabilmente quella che scrive.
**L’argomentazione di questa mia posizione è piuttosto estesa. Non è il momento di spiegarla, ma diciamo che il nucleo principale è che la trovo eccessivamente e inutilmente nozionistica e acritica.
***Piccola precisazione. Uso cultura per semplicità, ma personalmente mi trovo più d’accordo con la posizione dei certi studiosi i quali preferiscono alla parola “cultura” i termini “pratiche” e “discorsi”. Discorsi, nel senso che dava Foucault, cioè ciò che viene detto in un determinato momento storico su qualcosa. Pratiche, invece, potremmo dire sono le azione consolidate che un certo discorso occasiona.
****Non credo affatto a questa categorizzazione, serve solo a fine retorici. Non ci credo perché mi ricorda i toni compassionevoli del tutto inutili che precipitano “gli ultimi” nell’eterna condizione di passività.

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