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Walter Benjamin

La luce che trapassa le fronde degli alberi ti sveglia. La brezza leggera muove i rami e le foglie, il loro fruscio si somma al delicato borbogliare di un ruscello vicino ma nascosto alla tua vista. Ti guardi intorno e richiudi gli occhi. Fa caldo, ma non è afoso. L’aria che tira è fresca ma non senti freddo. I rumori del piccolo bosco evidenziano il silenzio nel quale ti sei immerso. Provi a pensare e invece ricordi e la memoria sta anticipando la nostalgia. È una pressione nel petto e un velo negli occhi, togliendo colore e luce agli alberi, al sole e alla terra. È un silenzio come un rumore sordo, amplificandosi. Rammentare e sentire la mancanza crea e moltiplica le distanze, lo sapevi già prima di adesso, ma in questo momento, mentre osservi il boschetto dietro casa e sai che partirai, lo comprendi in quel modo più profondo che solo l’esperienza garantisce. E sei più lucido oggi, di tutti gli altri giorni della tua vita in cui hai ricordato e ti sei sentito nostalgico.

Ti alzi. Devi andare, lo sai. Ti sei attardato per troppo tempo e non puoi attribuire, non più, l’indulgenza di cui ti sei approfittato agli occhi tristi dei tuoi genitori. E non puoi nemmeno incolpare loro della tua partenza. Non è per i maldestri tentativi di tua madre cercando di compensare la mancanza di viveri, o per il pianto silenzioso di tuo padre nell’orto mentre guarda i suoi animali indeboliti dalla fame. Loro sono motivi circostanziali, come tali, potrebbero essere favorevoli o contrari alla tua determinazione. Tu hai deciso con loro davanti ai tuoi occhi, nonostante loro.

Te ne andrai e lo farai da solo, con uno zaino sulle spalle. Ma tutto il peso importante lo porti dentro. Hai levigato i ricordi per essere più leggero, eppure è rimasto tutto un macigno. E anche così te ne andrai e sai che sarai solo. Quanto riuscirai a sopportare lo scoprirai solo prendendo la via, e in realtà hai paura di essere troppo resistente. Gli impavidi non tornano, e tu vorresti tornare. Probabilmente non vorresti partire del tutto. Se si potesse restare a metà… credi veramente di partire tutto intero? E credi veramente che chi torna, torna tutto intero? E credi ora di essere tutto d’un pezzo?

Quando hai smesso di andare in università, quando hai lasciato Caracas e sei tornato a casa dei tuoi, sei rimasto interamente te stesso? Quando il tuo migliore amico ti ha chiamato e ha detto che partiva verso il Cile, non si è portato un po’ di te insieme a lui? Non hai perso un po’ di te nel falò di quaderni che hai appiccato con alcuni colleghi? (perché a cosa servivano tutte quelle parole, a cosa serviva tutta quella filosofia, tutto quel Kant quando Victoria era morta perché non c’erano antibiotici?) Non hai dato via un po’ di te quando hai venduto il tuo computer per pagare il pranzo?

Pensando a questo ti senti stanco, un po’ sconfitto. Partire è ritirarsi o resistere?

Sei salito su per le scale e sei entrato nella tua camera. Lasci che tutte quelle domande si dissolvano lentamente: torneranno e tu non avrai risposte, allora aspetterai che spariscano di nuovo, praticando volta per volta questa strategia di sopravvivenza. Perché è troppo difficile vivere come un essere umano e a volte vorresti solo esistere come la lucertola di Pessoa. Ci sono giorni in cui basterebbe respirare e ingoiare calorie, vorresti che questo fosse uno di quelli -la separazione sarebbe meno dolorosa, ma non sta funzionando. E stai pensando troppo, come sempre.

Il sospiro che hai trattenuto ti è scappato, simile a un lamento. C’è qualcosa di bizzarro nell’aggirarti in una stanza che lascerai a breve: ti senti già estraneo, ingombrante. Lo zaino sulla sedia non è più un presagio, è una fatalità. Ti avvicini a prenderlo, non ha senso rimandare oltre. Te ne andrai in silenzio. Ai tuoi non lo hai detto, ma sai che lo sanno. Non ti guarderanno partire perché allora vorresti restare, ma quando sarai un puntino piccolo all’orizzonte sai che usciranno e ti vedranno scomparire e pregheranno per te, anche se non credi nell’efficacia del rituale.

Alzi lo zaino con l’abilità di qualcuno che ha compiuto quel gesto un’infinità di volte. Eppure oggi, nella forza che usi, nel peso che sollevi, c’è qualcosa di più urgente e definitivo. C’è forse finalmente coscienza del gesto. Così come il tuo sguardo, aleggiando triste sui pochi libri rimasti, diviene consapevole della loro scarsità e del loro abbandono. Te ne vai e li stai lasciando. Non puoi permetterti peso extra. A nulla, nel tuo viaggio, serviranno i testi di Brecht, la prosa elegante e metafisica di Borges, la poesia triste di Pizarnik.

Ma sei sullo stipite della porta e pensi ai versi di Pessoa e non ti ricordi più che cosa fosse l’uomo senza la pazzia, né le dottrine di Tlön, né cosa accadesse dopo il pranzo o di Marco Aurelio e la parata.

Se non puoi portare tutto, qualche frammento, qualche pagina, che qualcosa perlomeno vada via con te. Ed è strano come i rumori si amplificano nei luoghi che stai per abbandonare.


Si tratta di un esperimento: prendo format di scrittura che mi sembrano brutti e cerco di riscriverli bene. Per esempio, in questo caso ho usato una forma che personalmente odio … quel tipo di scrittura in seconda persona “tuxqualcuno”. Credo è un modello molto usato  nelle fanfic.

Sentivo di dover scrivere qualcosa sul Venezuela e sui miei compagni di spostamenti. Chiunque io sia, sono principalmente una migrante. 

Caroline, la que no sabe quedarse.

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