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Sulle lotte sterili

C’è una ragazza che scrive storie che adoro. Le amo perché sono dolorose, ma non di un dolore posticcio o esagerato. E’ quel tipo di tristezza che senti profondamente, al punto da arrivare ad essere disturbante. Avevo smesso di leggerle perché peggioravano i miei stati depressivi e di ansia. Comunque, appena mi sono sentita meglio, le ho riprese: sono proprio belle. E poi sono convinta che cercare di evitare ciò che ci perturba è una buona tattica all’inizio, ma bisogna abbandonarla, per crescere veramente. Altrimenti ricreiamo attorno a noi una calma fittizia, terribilmente lontano dal reale.
Non è corretto evitare l’angoscia, bisogna imparare a prendere le misure. E a sapersi ricostituire quando arriva (quella patologica) e devasta tutto.

Ritornando al punto focale di questo episodio, l’autrice in questione era sparita da mesi. Noi lettori sappiamo che ha diversi problemi psichiatrici, suppongo che tanta crudezza nei sentimenti dei personaggi non potesse nascere candidamente. Ci siamo preoccupati, ma lei è tornata. Non a scrivere, ma a sfogarsi. C’è chi pensa che ogni “artista” ha questa tendenza (lo dico parafrasando alcuni versi di Pessoa) a provare lo sconforto di un’anima che fraintende la vita. Ma qui vorrei, di nuovo con una citazione letteraria, evidenziare un punto di riflessione: Primo Levi ci ricordava ne “I sommersi e i salvati” che chi ha provato il fondo di tutto, non lo racconta. La voce dei sommersi ci resterà per sempre ignota. Chi ci parla, chi scrive, in un modo o nell’altro, mentre lo fa, è sempre la parte in salvo dalla voragine. A volte penso che l’unica frase della voragine che abbia mai letto è quel “Non scriverò più” di Pavese. Ma chi lo sa. E’ solo una mia idea.

Riprendo il filo del discorso. L’autrice è tornata e ci ha confidato un lungo sfogo. Non entrerò nel merito,  parlerò solo di una parte che mi ha colpito, in maniera intima e personale. Ha raccontato della sua stanchezza nel combattere un disturbo che torna sempre. Oltre le differenze di carattere e dei modi propri di affrontare i problemi, credo che chiunque soffra di un disturbo recidivo conosce questa stanchezza: non deve essere costante, né così paralizzante per tutti, ma sono sicura che c’è un momento in una giornata qualsiasi in cui… non lo so, c’è il sospiro rassegnato di un soldato affaticato e logorato da una lunga e interminabile guerra.

Perché chi si vede tornare e ritornare il vecchio nemico di sempre, sente su di sé una condanna all’infinito: a seconda dei giorni, passiamo dall’essere guerrieri a ergastolani in cerca di tregua; Pavese scriveva “pietà, chiedo pietà, e tu?”.

E tutto quello che sto facendo in questo momento, non è che sommare immagini suggestive a parole che cercano di essere in qualche modo liriche per spiegare un sentimento crudo e debilitante.

Volevo dire qualcosa di edificante a questa ragazza, ma ho avuto un momento di vuoto: nel mio modo particolare, so cosa significa sentire di combattere una lotta sterile e a volte questo mi pesa terribilmente. E non importa quello che dicano gli altri, perché mi sembra che nessuno sappia cosa significhi vincere round dopo round, sapendo che è inutile, che alla fine, comunque perderai. Perché l’ansia e l’altro mostro sono sempre lì, sono sempre lì e mi spiano, mi inseguono. E so cosa dice la ragazza e so che qualsiasi cosa io dica sarà ipocrita. Non è una sensazione che sparirà, non posso dire “questo è l’ultimo round, poi avrai vinto”, perché ce ne sarà un altro e un altro e un altro…

Allora mi sono chiesta, “perché lo fai?” perché continuo a insistere in una lotta sterile? Potrei dire, con facilità estrema, per le persone che mi voglio bene. Mentirei. E non sarebbe giusto, non posso caricare la responsabilità della mia esistenza sulle spalle degli altri. Perciò, con difficoltà, credo di farlo per me. Anche se ho l’affetto e il sostegno sincero di persone che amo, la decisione ultima di combattere questa causa persa, è personale, è solo mia.

Alla fine, alla ragazza ho detto solo “resisti”. La vita è irrazionale e, nella sua nudità, senza senso: tutti moriremo, abbiamo già perso in partenza. Scegliamo di vivere, oltre ogni pronostico. Ed è giusto così, è giusto essere inspiegabili.

Caroline, crìptica.

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