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requiem.

A Clia, la mia migliore amica.

 

Allora erano alberi e fili d’erba. Non aveva ricordi precisi di quei giorni, ma conservava ancora la sensazione del prato sotto le sue zampe. Quando camminava per il balcone pieno di piante e le foglie sfioravano il suo pelo, ricordava l’impressione di quei giorni distanti. Le sembrava di sentire miagolii lontani e in qualche modo familiari. Ed era una sensazione strana perché ora casa era il balcone, le stanze pulite ma a volte disordinate, le voci umane e l’odore di cibo in scatola. Al tempo dei fili d’erba, mangiava altro, anche se non ricordava cosa.

Adorava gli umani che vivevano nella sua casa; a volte erano troppo rumorosi, però, si assentavano per ore durante la giornata e lei poteva dormire e passeggiare senza temere la loro invadenza. Quelle grosse mani le sporcavano il pelo, la spostavano in stanze dove non voleva stare, eppure, i giganti sembravano felici di averla vicino e lei col tempo si ammorbidì: mantenendo le sue distanze, li accompagnava durante la cena o quando fissavano lo schermo luminoso in mezzo al salotto. Non era mai riuscita ad afferrare il nome di quell’oggetto.

Poi c’era l’umana più piccola di tutti. Come lei, trascorreva a casa molto tempo da sola. Aveva un affetto particolare nei suoi confronti perché le rimase vicino quando i fili d’erba, gli alberi e i miagolii scomparvero. Ricordava vagamente di essersi sentita molto triste, disperatamente in cerca di qualcosa che mancava ma non riusciva a identificare. L’umana più piccola di tutti la portava davanti alla ciotola del cibo, le offriva l’acqua e restava a guardarla comunque sorridente, anche se la graffiava. Apprezzava quella devozione, perciò le permetteva di soggiornare nella sua stanza.

Col passare del tempo, la piccola umana cominciò a perdere acqua dagli occhi. Chissà quale strana malattia era quella tra gli umani! Ma nessuno se ne accorgeva, anche perché c’erano giorni in cui la piccola umana faceva le fusa in quel modo strano in cui lo fanno i giganti: provocando pieghe nella loro brutta faccia, un rumore troppo forte e qualche tremore scoordinato nei loro corpi.

Un giorno arrivò l’invasore. Come si permetteva la piccola umana di lasciar passare sconosciuti nella loro fortezza! Combattiva, dimostrava la potenza della sua contrarietà. E la umana la cacciò dalla stanza. Era indignata per quella mancanza di rispetto e considerazione, per la mostruosità delle azioni dell’umana, ma come scusandola, considerò che potevano essere effetti secondari della malattia agli occhi. Col tempo comprese che suddetta malattia doveva trattarsi di un’allergia all’invasore. Ogni volta che il nemico lasciava la casa, la piccola umana perdeva molta acqua dagli occhi, più del solito e più di prima. Non capiva perché fosse così ostinata a tenere vicina la causa del suo malessere: lei, invece, da quando aveva capito di essere allergica (aveva usato quella parola la piccola umana) al pesce, aveva smesso di mangiarlo. Si dispiaceva per la piccola umana che era così lenta a capire, e nonostante gli sgarbi, le rimase vicina durante le crisi allergiche.

Alla fine, l’invasore non tornò mai più. Le piaceva pensare che la sua ostinata resistenza aveva avuto la meglio: aveva difeso la sua fortezza e la sua compagna gigante e allergica. Ma la lotta probabilmente l’aveva indebolita perché iniziava a sentirsi stanca e affaticata, senza appetito, suscettibile ai rumori. Come per un istinto ancestrale, lo comprese. Non poteva più condividere la fortezza con l’umana, un nemico ancora più grande la stava attaccando da dentro e doveva proteggere la sua compagna. Il balcone era un buon posto: poteva osservare la piccola umana alla distanza e deporre le armi, non era una battaglia che potesse vincere. Ma l’umana era così ostinata, così poco docile…

Infatti ora continua ad affannarsi, a portarla tutti i giorni da un altro umano, che la tortura, la tocca e non le piace. È stanca. L’umana avrebbe dovuto lasciarla sul balcone e non affaccendarsi inutilmente. Le fa male dovunque, le ossa, il petto. Perciò, a mala pena sente il liquido caldo che le entra da una zampa, maledetto umano sconosciuto, chissà cosa sta facendo. E la sua compagna d’armi perde acqua dagli occhi, di nuovo, tanta acqua…


Caroline, en soledad.

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