By

Leggere l’Abya Yala – oltre Isabel Allende (part.1)

Non vorrei arenare la discussione su ragionamenti basati su gusti personali, anche se in fondo, non m’illudo: in letteratura, molto ha a che fare con le preferenze individuali. Non vorrei, ma in qualche modo finirò per farlo. Spero solo di riuscire a persuadere con un argomento soggettivo. Così, come una serie di suggerimenti di lettura.

Isabel Allende non mi piace. Tuttavia, di lei consiglio “D’amore e d’ombra” e “Eva Luna”, sono due libri che valgono il tempo speso. Chiarita questa mia poca passione per i libri di Isabel Allende, possiamo andare oltre.

Sarò molto schematica e questa serie di suggerimenti non hanno nessuno scopo di “critica-letteraria-accademica”, ma sono solo il parere di una lettrice appassionata. Mi spaventa la critica-letteraria-accademica da quando ho letto un saggio che contava i verbi e i tempi verbali usati da un autore in un racconto: mi è sembrato come svelare il meccanismo di un trucco di magia. E va bene demistificare, ma mi angoscia questa rincorsa alla quantificazione di qualsiasi cosa.

Perciò, niente  critica-letteraria-accademica.

Abya Yala: è il nome che la popolazione Kuna dava al continente “americano” prima dell’arrivo di Colombo. Lo uso perché il linguaggio è importante nel tentativo di decolonizzare le menti. Prima di Amerigo Vespucci e Colombo e Pizarro e Cortés, c’erano esseri umani che chiamavano la propria terra con certi nomi. La scelta del termine è una posizione politica. Come lo è la letteratura ispano-abya-yalense (l’ho appena inventato, non fateci caso) o per lo meno quella di cui vi parlerò io.

Oltre Isabel Allende: non si tratta di hating. Di fatti, dopo questa prima parte non scriverò mai più il suo nome. Semplicemente volevo dire che c’è dell’altro oltre a lei come autrice. Potrebbe essere una buona porta d’entrata alla letteratura ispano-abya-yalense. Purtroppo ci sono autori e autrici interessanti che non vengono tradotti, invasati come siamo dalla logica del profitto anche nelle arti. E poi vorrei cancellare l’atteggiamento esotico con cui molti si approcciano agli autori abya-yalensi. E anche alle autrici.

Anticipazione: Victor Jara (cantautore cileno, assassinato durante la dittatura di Pinochet) diceva nella sua bellissima canzone “Manifiesto”:

Io non canto tanto per cantare, nemmeno perché ho una bella voce;
canto perché la chitarra ha uno scopo e un motivo

Traduzione molto libera che è già un’interpretazione. Per me questa frase sintetizza quella che è la mia ricerca come lettrice, in particolare quando mi rapporto con la letteratura del continente dove sono nata e cresciuta.

Non so quando arriveranno le altre parti. Fra molto tempo, temo.

Caroline, la sudaca

Lascia un commento

About the blog

RAW is a WordPress blog theme design inspired by the Brutalist concepts from the homonymous Architectural movement.

Get updated

Subscribe to our newsletter and receive our very latest news.

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨