Un vicolo di notte, un calcio, la pioggia battente sull’asfalto, uno sputo, il suo sangue che corre, aiutato dal flusso d’acqua piovana, verso un tombino poco distante, un insulto e di nuovo un calcio. Idea cerca di rivolgere la sua coscienza altrove, ma non importa quanto lontano, quanto disperatamente cerchi rifugio: il dolore la raggiunge persino nei mondi fantastici più remoti che abitano la sua testa. Lo sa, ora, mentre si allontana da Omelas, che deve salutare la vita. Un’esistenza osteggiata fin dalla nascita, proseguita con una lunga serie di soprusi e incomprensioni, arrivata, questa notte, alla sua, se non ovvia, per lo meno preannunciata conclusione. Eppure Idea, mentre osserva il suo sangue spargersi sull’asfalto e scomparire nelle fogne milanesi, va alla ricerca di ricordi felici. Che almeno i suoi 45 anni di vita, facendo le somme e le sottrazioni necessarie, diano un resoconto positivo, che istanti prima della fine, nonostante l’agonia, Idea possa per lo meno pensare (parlare è impossibile) “ne è valsa la pena”.
Era nata l’undici settembre del 1973, in un piccolo villaggio nel sud del Cile, mentre la Moneda cadeva nelle mani dei militari e di Pinochet. Dieci anni prima, sua madre, una francesina ricca ma rivoluzionaria, aveva abbandonato la protezione che le offriva la sua famiglia borghese per inseguire l’ombra del Che Guevara. Durante il suo viaggio si era innamorata di un giovane contadino cileno, e l’amore l’aveva convinta a stabilirsi vicino a Temuco.
Dopo la sua nascita, non ci fu molto tempo per provvedere alle sue cure: bisognava nascondere tutte le tracce dell’adesione al partito del defunto presidente, per evitare rappresaglie. Il seme della speranza, però, lo portò il frutto dei loro amplessi: Idea Socialista, lo chiamarono, senza dover mai trascrivere all’anagrafe un nome che valeva come una dichiarazione di guerra; la campagna cilena li protesse dalla burocrazia statale.
Quando la coppia si abituò al terrore costante di essere scoperti, rivolse lo sguardo a Idea Socialista, come si fa con un nuovo acquisto, una volta che l’emozione iniziale è passata: scoprì difetti e ci furono ripensamenti. Idea immaginava che si chiedessero che cos’era che il loro amore aveva prodotto, che cos’era quell’orrore che ad ogni cambio di pannolino, ad ogni bagnetto si palesava: Idea non era né maschio, né femmina. E poiché non potevano classificarla, la odiavano. La coppia ebbe poi altri figli, considerati “normali”, quindi meritevoli d’amore: semplicemente, non riuscivano ad amare il mostro.
Idea era cresciuta per strada assumendo la maschera della femminilità, ma solo per convenienza: a casa la ignoravano, fuori erano tutti occupati a temere il dittatore o a organizzare la resistenza. E fu grazie a giovani ribelli scappati dalla città, che Idea imparò a leggere e a scrivere, le basi della matematica e della geografia, i concetti fondamentali della storia e della filosofia. Ma nemmeno loro le volevano bene, e come avrebbero potuto se Idea aveva paura di mostrare la sua vera natura?
Poco tempo dopo arrivarono i militari. Aveva solo 12 anni e sebbene non conoscesse il significato di un affetto sincero, era una creatura leale: aiutò i suoi maestri a fuggire, nella parte più interna e sicura delle montagne.
Venne scoperta da un militare a girare circospetta per le zone montuose e i genitori, forse cogliendo l’occasione per liberarsi di lei, forse perché realmente spaventati, non avevano esitato ad accusarla.
“Ella siempre andaba con esos delincuentes” aveva sentito dire a suo padre, poco prima di fuggire.
Si erano lanciati tutti al suo inseguimento, ma in quella parte nascosta della montagna solo era riuscito ad arrivare un giovane soldato che respirava a fatica. Ad ogni colpo che le dava, doveva fermarsi per riprendere fiato (non come i carnefici milanesi, che in questo momento la stanno picchiando senza tregua).
“Es solo asi que ustedes aprenden” disse il soldato prima di strapparle i vestiti.
Idea cercò di coprire le sue parti intime, ma fu inutile: il soldato dapprima impallidì terrorizzato, poi si mise a ridere, insultandola, come i carnefici milanesi che le stanno urlando “frocio di merda”.
Allo sguardo scuro dell’uomo con la divisa Idea non era che uno scherzo della natura, come deve sembrare agli occhi di un puma, una blatta. C’era solo da decidere chi sarebbe stato il felino e chi l’insetto. Idea raccolse una grossa pietra dal suolo e approfittando della distrazione dell’uomo, lo colpì con tutta la forza che aveva in corpo. Cadde a terra il soldato, incosciente, probabilmente morto.
Poi era fuggita, come non è riuscita a fare questa sera nel vicolo italiano.
Si ricongiunse al gruppo di ribelli e viaggiò e combatté assieme a loro fino alla fine della dittatura.
Aveva 17 anni quando arrivò a Santiago de Chile, all’indomani delle elezioni presidenziali. Portava con sé solo due borse pesanti e piene di libri trafugati dalle biblioteche.
Idea Socialista era diventata una creatura di un metro e settantacinque, snella e dall’aspetto androgino: il suo corpo era delicato, anche se non possedeva curve femminili. La voce era un po’ cambiata, diventando più grave, il pomo d’Adamo c’era ed era visibile.
Si sistemò nella casa di un’anziana signora rimasta sola per colpa di Pinochet, che le aveva ammazzato i figli e il marito: non fece domande la vedova, quando Idea le chiese da mangiare e rise di cuore per il suo nome.
“Bueno, mi familia era socialista, no puedo dejar en la calle a su idea preferida.”
Idea conobbe così la bontà degli esseri umani: Antonia, la sua benefattrice, non si scandalizzò quando le mostrò chi era realmente.
“¿Cómo te tengo que llamar? ¿Él, ella?” chiese solo.
“Uhm… no me importa… en realidad, debería inventar una vocal solo para mì”
E ci pensavano spesso, ridendo, a un suono che potesse indicare la unicità di Idea Socialista.
Fu su sua richiesta che s’iscrisse all’anagrafe, nome Idea, cognome Socialista. La faccia del dipendente pubblico fu impagabile.
Antonia si spense nel 2005 e Idea restò nuovamente sola. Fece cremare il corpo dell’amica e le dedicò un angolo della loro casa, sempre decorato con fiori freschi e colorati, le foto dei suoi figli e del marito, gli unici resti che erano rimasti dei suoi cari, perché Pinochet e i militari non le avevano ridato nemmeno i cadaveri.
Per allora, Idea Socialista già lavorava -dai primi anni ’90- in un locale gay di Santiago, nel quartiere che anni dopo avrebbero chiamato “Barrio de Bellas Artes”, vicino al Parque Forestal. Si trovava bene lì, incontrava persone con storie simili alla sua, piene di solitudine ed esclusione. Si sentiva ancora un alieno tra umani, ma l’ostilità degli altri li univa. S’impegnò attivamente nella difesa dei diritti dei diversi: manifestazioni, cortei, discorsi, riviste, interviste. C’era entusiasmo tra loro e quando le cose andavano male (e non erano poche le volte) potevano consolarsi perché erano una comunità unita: Idea Socialista poteva dire di aver trovato un posto per lei, una missione anche per la sua vita. Per quello quando la domenica del 4 marzo del 2012, le telefonarono per avvisarla che Daniel Zamudio, un giovane gay che conosceva personalmente, era stato picchiato e si trovava in ospedale in condizioni gravissime, Idea sentì come il mondo le crollava addosso: tanta fatica e tanta lotta e sembrava che nulla fosse cambiato. Daniel era stato già minacciato prima di allora, anche Idea e molti loro amici, ma nemmeno alla polizia importava veramente: vedeva nei loro occhi quello stesso sguardo che aveva quel militare mentre rideva della sua natura.
Furono giorni molto tristi per Idea Socialista: come poter cambiare la mentalità degli esseri umani? Pensava a quel genere di cose quando il 13 marzo comparve nel suo locale una turista italiana. Ricorda quel giorno con precisione, anche adesso che il dolore si fa insopportabile e sa che manca poco, davvero poco per smettere di respirare.
La turista si chiamava Camilla e il suo spagnolo era sorprendentemente corretto. Continuava a sorridere mentre le raccontava come in un momento molto difficile della sua vita, gli articoli sul suo blog, le interviste che aveva rilasciato, insomma, le sue parole e il suo messaggio l’avevano salvata. Che aveva prenotato un volo col suo primo stipendio, per venire a ringraziarla.
Idea Socialista pianse molto quel giorno, le sue prime lacrime di felicità.
Camilla era rimasta a Santiago per quasi un anno. Andava quasi tutte le sere al locale di Idea Socialista, si scambiavano idee, consigli di lettura. Festeggiarono insieme quando la legge contro l’omofobia fu approvata in Cile. Idea si stava abituando alla presenza di quell’umana sorridente e gentile a volte un po’ volubile e avventata. S’innamorarono, perciò quando Camilla le disse che sarebbe tornata in Italia, Idea pianse molto, per la tristezza.
“Quisiera quedarme siempre aqui… pero hay cosas que yo también tengo que hacer, hay también batallas que tengo que combatir, lo sabes.”
Si telefonavano spesso, ma la distanza era insopportabile. Idea aveva quasi 40 anni e aveva paura di spostarsi, lasciandosi tutto alle spalle: era stato così difficile per lei inserirsi che temeva di non poter più ripetere un miracolo simile. Ma un giorno, nel modo impulsivo che Camilla le aveva insegnato, semplicemente fece le valigie, incartò con cura le ceneri di Antonia e le fotografie della sua famiglia e bussò all’indirizzo che Camilla le aveva dato.
Sì, tirando le somme della sua vita, Idea Socialista deve ammettere che nonostante abbia incontrato occhi come quelli dei suoi carnefici questa sera, la sua esistenza è stata fortunata: grazie a persone come Antonia e Camilla ha potuto conoscere l’amicizia e l’amore. E proprio ora, mentre sente le forze abbandonarla, pensa alla sua compagna, a quanto sarà preoccupata non vedendola tornare, a quanto sarà triste, a quanto piangerà, a quanto si sentirà sola…
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