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“Carne” o “uno dei miei racconti più imbarazzanti”

 

INVERNALE I

“Carne”

“Il vizio supremo è la superficialità. Tutto ciò che viene vissuto fino in fondo è giusto.”
Oscar Wilde – De profundis

Le luci al neon degli uffici si spensero, una ad una. I cartelli pubblicitari, le insegne e i lampioni si accesero. La prematura sera invernale stava velocemente calando sulla città, e come a volerlo ribadire, un vento gelido soffiava in tutte le stradine: non vi era modo di sfuggirgli, ovunque si cercasse riparo, alla fine si veniva raggiunti. L’inverno penetrava poco a poco nelle ossa, fino a congelarle.

Gale si frizionò le mani inguantate, alitandovi sopra. Alzò lo sguardo. Il cielo era limpido, anche se privo di stelle. Qualche metro più in là, la luna, un po’ storta. La fissò, aguzzando la vista, nella speranza di percepire un’emozione, di rievocare un ricordo qualsiasi. Nulla. La sera prima lei aveva detto, con il viso rivolto verso l’alto “ci sono cose che non puoi semplicemente guardare, se hai un’anima”, al che Gale aveva seguito i suoi occhi e si era ritrovato a contemplare un cielo notturno, costellato di stelle. Niente.
La sua mente restava vuota, come se avesse di fronte a sé pezzi di vetro sparsi a terra.
“Non ho un’anima” aveva pensato allora, in silenzio. E quella riflessione –così subitanea e repentina- si era insinuata in lui. Se aveva deciso di affrontare quel freddo mordente, era anche per quella frase. Non si sentiva offeso, ma solo incuriosito e piacevolmente colpito dalla rivelazione che quella donna gli aveva donato: ora credeva di poter spiegare molti aspetti della sua natura.
Il telefono gli notificò l’arrivo di un nuovo messaggio.

“Sto uscendo con alcuni colleghi. Meglio trovarci al parco.”

“Ok.” scrisse e si avviò a passo svelto.

Sebbene lo chiamassero ‘parco’, in realtà si trattava di uno stretto triangolo verde, all’incrocio di tre strade poco percorse.
Lei arrivò poco dopo. Indossava una pelliccia scura, che brillava qua e là, al chiarore fioco dei lampioni.

“È vera?” chiese Gale, indicando il cappotto, quando lei era ancora a qualche metro di distanza.

Dorothy sembrò un po’ disorientata dalla domanda.

“Sì.” Disse, il viso leggermente contratto.

“Ma non è illegale?”

“Che sciocco.” Continuò a camminare, senza aspettarlo.

“Non dovresti comprarne, ho sentito dire che è una cosa crudele.”

“E dove l’avresti sentito?” sbottò, con tono beffardo. Gale restò in silenzio. “Certo che è una cosa crudele. Il mondo è un posto crudele, io partecipo solo al naturale svolgersi della sua… realtà. Questo animale era già morto quando questa pelliccia era esposta in vetrina.” Alzò le spalle e scosse la testa. “Oggi va così di moda fare gli animalisti, gli ambientalisti, i filantropi. E molti altri come te ‘hanno sentito dire’ questo e quell’altro. Sinceramente, me ne frego.” ridacchiò. “La verità è che il più forte vive e il debole è destinato a perire, possibilmente rendendosi utile.”

Dorothy accese una sigaretta e iniziò a fumare.

“Mi sono comprata questa pelliccia perché mi piaceva e basta. Me ne frego dell’orso, degli animalisti e di te.”

Gale si limitava a fissarla, privo di espressione. Era poco più alto di lei, perciò la sua voce, asettica e a tratti annoiata, gli giungeva quasi direttamente nelle orecchie.

“Questo non sembra qualcosa che una persona con un’anima possa dire.” Mormorò, affondando la testa nella sciarpa, quando una folata di vento freddo l’investì.

Dorothy buttò il fumo della sigaretta sul viso del ragazzo e scoppiò a ridere.

“E chi ha mai detto che ne ho una?”

Proseguirono in silenzio, per un tratto di strada.

Dorothy era una bella donna sulla trentina, sposata con un importante uomo d’affari e senza figli. Lavorava in un prestigioso studio legale, fondato anni prima dallo zio e dal padre. Si era laureata, a pieni voti, in un’ottima università. Non c’era qualcosa che Dorothy non potesse ottenere: aveva le conoscenze giuste, i parenti giusti, l’aspetto giusto.

Gale, poco più che ventenne, frequentava il corso di economia di una piccola università privata. I suoi genitori erano benestanti: possedevano una villetta in periferia, e questo era il massimo del loro patrimonio. Per comodità, si era trasferito in un appartamento in centro, non distante dallo studio dove lavorava Dorothy; al tempo non si conoscevano e non avrebbe mai immaginato fossero possibili simili coincidenze. Gale non aveva particolari ambizioni, e ciò gli permetteva di vivere serenamente.

All’improvviso ricordò il loro primo incontro, e la domanda gli sorse spontanea.

“Quella volta… perché mi parlasti?”

“Oggi sei piuttosto loquace, eh?” lasciò cadere il mozzicone a terra, con noncuranza. “Il bar stava per chiudere e non volevo tornare a casa da sola.”

“Sì, ma perché proprio io?”

“Perché avevi l’ombrello ed eri carino?” sorrise.

Quella notte, Dorothy si era avvicinata chiedendogli se poteva riaccompagnarla a casa. Abito qui vicino e ho paura, aveva detto, anche se non sembrava affatto spaventata. Gale si era limitato ad annuire –tutto sommato era un tipo introverso- e aveva camminato accanto a lei, a testa bassa, sorreggendo l’ombrello. La pioggia cadeva fitta e il vento soffiava con forza. Era un tipico temporale estivo.

“Vuoi entrare?” aveva chiesto, una volta arrivati. Gale, un po’ impaurito, aveva guardato l’anulare sinistro della donna ed aveva replicato timidamente “Non mi sembra una buona idea.” Poi era successo qualcosa che non riusciva più a ricordare: poco importava; al risveglio, il mattino seguente, la parola “adulterio” si era palesata davanti ai suoi occhi, solo per un istante; non aveva fatto in tempo a girarsi, che quel termine si era già dissolto.

“Non pensare che ci sia qualcosa di romantico tra noi, Gale.” Disse Dorothy, dopo un po’, seria. Sistemò una ciocca di capelli castani dietro l’orecchio.

“Lo so. Ero solo curioso.”

“Oggi sei molto curioso.” Borbottò, con disappunto.

Dorothy aveva affittato un ampio monolocale fuori dal centro. Le pareti erano bianche e il mobilio tutto nero.

Entrando, sfilò i tacchi e si sdraiò sul letto. Alla luce flebile della vecchia lampadina che illuminava la stanza, il pallore sul suo viso sembrò innaturale, e così, immobile, parve a Gale, simile a una bambola.

La donna sciolse i capelli, mentre lui sistemava la giacca e la pelliccia su un appendiabiti lì vicino.

“Prima…” il tono della sua voce era cambiato, accadeva sempre in quella stanza; Dorothy abbandonava l’involucro dietro al quale si nascondeva. In quella nuova voce, Gale credeva di avvertire una certa, sconosciuta passione. “… mi hai chiesto così tante cose… perciò, adesso è il mio turno, non credi?”

Annuì, restando in piedi, vicino all’attaccapanni.

“Quella notte… tu, perché sei entrato?” gli occhi chiari di Dorothy l’osservavano, sotto le lunghe ciglia scure.

Gale sorrise appena, ravviando i capelli neri. Già, perché era entrato? Suo padre era stato un adultero incallito, e aveva visto sua madre soffrire e disperarsi per molti anni. Odiava suo padre perché non mostrava un minimo di pentimento, né faceva qualcosa per smettere. Semplicemente chiedeva scusa, ed ogni volta si tornava da capo. Le telefonate, i pianti, le urla. Detestava la madre perché perdonava tutto. Sarebbe stato più facile se si fossero separati, fin dall’inizio. Conosceva quindi gli effetti devastanti dei tradimenti, eppure, entrava in quel appartamento quasi tutte le sere e faceva sesso con la moglie di qualcun altro, senza sentirsi in colpa.

Anche i sentimenti per Dorothy non erano nulla di particolare: più che provare affetto per lei, era solo molto incuriosito dalla sua personalità. Ma nemmeno questo, pensava Gale, era del tutto giusto.

“Perché non ho un’anima.” Disse, infine.

Lei rise.

“Ancora con questa storia? Non dovresti prendere sul serio tutto quello che dico.”

“Non lo faccio.” Gale si avvicinò al letto. “Però spesso hai ragione e lo sai.”

Intrufolò le mani affusolate sotto la maglia nera di Gale, ignorando quelle parole. E come un automatismo, lui iniziò a spogliarla.

“Oggi… sii violento con me.” Mormorò, in preda all’eccitazione. “Non voglio…  nulla di simile a un’anima.”

“Perché?” domandò Gale, mentre le accarezzava la nuca.

“Sono troppo pesanti.”

E divaricò quelle lunghe gambe, in preda ad un istinto animalesco.

***

Quando si accasciò accanto a lei, si accorse di avere in mano una ciocca dei suoi capelli, di averle graffiato i fianchi e i polsi, e di avere lasciato segni evidenti dei suoi denti, sul suo collo.

Dorothy guardava fuori dall’ampia finestra, aveva il respiro affannoso e qualche lacrima all’angolo degli occhi. Prese dal comodino una sigaretta e l’accese. L’odore pervase in fretta la stanza.

“Forse…” iniziò Gale, dopo aver ripreso fiato. “forse non è qualcosa che dovrei chiedere… ma… ami tuo marito?”

Dorothy inspirò a lungo, e poi lasciò uscire, piano, il fumo dalle narici.

“Se lo amo, mi chiedi… se lo amassi non farei questo, non credi?”

“Allora perché non divorzi?”

“Cosa? Vuoi sposarmi?” rise, una risata lunga e triste. Poi disse, scuotendo la testa “Siamo troppo stupidi e rancorosi per regalarci un gesto così intelligente. E’come la storia della pelliccia, solo lascio che la realtà si dispieghi nelle sue vere forme.”

“Come se non avessi un’anima?”

Sorrise e lo guardò.

“Proprio così.”

Gale si stiracchiò, poi riprese a parlare.

“Però tu… stai solo fingendo.”

Dorothy spense la sigaretta sul portacenere. Si sedette su di lui, muovendo lentamente i fianchi. Gale sospirò.

“Tu… detesti farlo, vero?”

“Che cosa?”

“Tradire tuo marito. Mi dici sempre di essere cattivo con te. E dopo sei sempre triste.”

Tornò a sdraiarsi accanto a lui, fissando il soffitto, questa volta.

Era vero. Per quanto si sforzasse di nasconderlo a se stessa, alla fine doveva ammetterlo.

Dorothy Lancaster aveva un’anima e soffriva ogni cosa in maniera esagerata. E si odiava, perché aveva permesso che il tradimento s’insinuasse tra le sue gambe.

 


Anche se rischio di diventare “l’uomo che premette”, premetto: l’ho scritto secoli fa. È già da un po’ di tempo che l’esistenza di questo racconto mi disturba e mi causa imbarazzo. Ora che finalmente è fuori dall’intimità della sua cartella, posso riscriverlo. Voglio riusare il titolo, che mi sembra l’unica cosa riuscita di questo testo, ma vorrei che la storia e i personaggi fossero diversi.

Comunque, rileggendolo, riscontro gratamente che il modo di scrivere o di approcciarmi alla scrittura è, ora, totalmente diverso. Non oserei dire migliore, ma per lo meno più convincente per me. 

Davvero odio questo racconto  (le altre bozze per lo menomi sembravano carine): non so cosa sia successo con questo testo in particolare.

#mementomoriletterario.

Caroline, desafinada.

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