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Bozza: Kim, la ribelle

Non credevo che sarei mai stata in grado di rendere pubblico questo abbozzo di storia (di nuovo, grande progetto abbandonato sul nascere, Kim una tipa strana che lascia il ragazzo e poi succedevano cose, non le ricordo nemmeno più -non è vero, le ricordo perfettamente, ma preferisco tenerle per me perché nonsisamai). Ma ultimamente mi dico di dover essere coraggiosa nella mia piccola quotidianità (non posso semplicemente mollare tutto e unirmi al EZLN, questo mi è abbastanza chiaro, ormai) che per me significa rileggere vecchi scritti e criticarli. Con affetto, anche, per carità. Eppure, criticarmi, mi permette di imparare. 

Cosa ho imparato dalla rilettura di questo brano? Prima di tutto, a scegliere meglio i nomi. Che accidenti di nome sono quelli, eh? Terribile. E no, non c’è nessun riferimento alla moglie di Eminem in questo caso, era semplicemente cattivo gusto. Poi, c’è un certo modo di fraseggio che ora veramente detesto: quel personificare i sentimenti che mi sembra… non sono sicura nemmeno che sia quella la figura retorica, eh, ma insomma… ci mancava solo che scrivessi gli stati d’animo in maiuscolo “l’Ansia si sommava al Terrore” ecc (e in qualche bozza orripilante l’ho fatto) e il pasticcio era compiuto. Veramente uno stile detestabile. 

Tolto questo, è un frammentino abbastanza carino, dai. Concediamoglielo. 

Credo di averlo scritto… sei o sette anni fa. E come dice Eminem in ‘Guts over Fear’, qualche volta mi sembra che tutto ciò che faccio è solo trovare diversi modi per scrivere la stessa cosa. Yup. Suppongo che si capirà più avanti. 

Caroline, descarada.


 

Lo trovò seduto, un po’ incurvato, all’ombra di un albero. Negli anni a seguire, tutte le volte in cui Kim avrebbe pensato a lui, sarebbe stata questa la prima immagine a emergere tra le altre.  In quel momento però, si limitò a osservarlo con un certo distacco, come se quella figura fosse già solo un ricordo.

“Ehi.”

Daniel sollevò lo sguardo dal libro e sorrise.

“Ehi.”

“In ritardo, come al solito.” Constatò il ragazzo, con rassegnazione.

“Già.” Si guardò attorno. La via era deserta, il sole calante e il vento soffiava con costanza, facendo danzare sull’asfalto surriscaldato le ombre tenui delle chiome degli alberi. “Camminiamo?”

Daniel annuì e si alzò.

“È passato molto tempo dall’ultima volta che siamo venuti qui.”

“Tanto, sì. E anche questa è un’ultima volta… vera.”

Per un po’ restarono in silenzio.

A lei, in realtà, non andava di dire niente. Sapeva che doveva farlo, e si era immaginata quella scena decine di volte, aveva cercato le parole giuste, le frasi che avrebbe voluto pronunciare. Non aveva dimenticato nulla, Kim, ma ora che si scontrava con la forza della realtà, le sembrava che qualsiasi spiegazione sarebbe stata solo un inutile compiacimento personale. Credeva profondamente che non contassero affatto le ragioni di un rifiuto o di un accordo, ma solo i “sì” e i “no” effettivi.

Nel suo pragmatismo, lei rimase impantanata.

Daniel fissava le sue scarpe e sgomberava il cammino, con inaspettata perizia, dai sassolini fastidiosi, trasportati chissà come sul cemento. Aspettava in silenzio, con una calma che allibiva e scoraggiava la tentennante Kim. Aveva un’idea abbastanza chiara di ciò che sarebbe successo e aveva preparato se stesso per comportarsi in maniera posata e serena. Mise le mani in tasca e la osservò con la coda dell’occhio. Tra qualche ora, quella figura familiare sarebbe stata troppo lontana, anche solo per sembrare reale.

“Parti… domattina, giusto?” la voce di Kim era stranamente affettata.

“Sì”

Sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio e si schiarì la voce. Un atteggiamento così nervoso non si era mai visto in lei. Per un secondo Daniel sperò di sentire qualcosa di rassicurante. Cosa poteva destabilizzare a tal punto la fredda Kim se non un risvolto romantico?

“È un’ottima opportunità… sono convinta che riuscirai… che andrà tutto… okay…”

“Ci proverò.”

Lei si fermò di colpo. Si era ripresa e ne fu contento.

“Non verrò domani.” Lo fissò dritto negli occhi. Non sembrava dispiaciuta e questo lo rattristò. “salutiamoci qui”.

“Mi lasci?” domandò ridacchiando Daniel.

“L’altra volta mi hai chiesto che cosa volevo che accadesse a noi, se potevo aspettarti e magari poi seguirti, se tu fossi riuscito a sistemarti là.” Kim si portò le mani sul viso e si coprì per un attimo le labbra. “Io non posso fare né una né l’altra cosa, mi dispiace… ma io non posso assolutamente… perché… perché…”

“Non dirlo per favore” sussurrò Daniel “non dirlo perché sarebbe troppo cattivo.”

Avrebbe voluto dirle tante cose. Che, sì, lui l’avrebbe aspettata, che sarebbe tornato a prenderla se fosse stato necessario, sì, e che sarebbe rimasto, se soltanto lei glielo avesse chiesto. Sì, avrebbe potuto dirle tante cose, ma restò in silenzio. Kim non ne aveva bisogno, né le voleva ascoltare e lui tacque, per amor suo.

“Spero che tu possa avere una buona vita.” disse e riprese a camminare, solo, questa volta.

La schiena che spariva velocemente dietro alle ombre degli alberi metteva a dura prova il cinismo di Kim, non per un reale rimpianto, ma per la frustrazione di veder finire una relazione in cui si era impegnata per anni. Si rimproverava la superficialità dei suoi sentimenti: se non era nemmeno Daniel, allora chi? A volte temeva di essere il genere di persone che non riesce a creare legami stabili. Nessuno nella sua vita era rimasto per più di qualche anno. Era in lui, il ragazzo intelligente, brillante, che lei aveva riposto tutte le sue speranze. Le ultime forse, e disattese, il futuro assumeva sfumature pericolose.

Nell’orizzonte colorato da tinte calde, Kim trovò solo la banalità di uno spettacolo che si ripeteva incessante, giorno dopo giorno. Se nemmeno il tramonto la raggiungeva, in che modo avrebbe potuto salvarsi? Non voleva essere una donna vuota, tanto meno desiderava diventare vittima dei sentimenti; a cavallo di due situazioni opposte, non solo non sapeva risolversi, ma pure nell’indecisione restava dubbiosa. E il tormento si sommava all’ansia e l’ansia al terrore della certezza.

Alcune lacrime caddero dai suoi grandi occhi castani, eppure il suo viso non si scompose in particolari espressioni di dolore. Si portò al volto una mano tremante: la maschera di cipria restava sempre immobile, adempiendo al proprio compito.

La sagoma di Daniel scomparve dietro un angolo.

Ricordava che una volta lui aveva detto “Se ti volti, non stai sul serio dicendo addio. Significherebbe che ci stai ripensando.” Daniel non si era voltato nemmeno una volta, aveva camminato dritto e a passo spedito, poi la sua sagoma era scomparsa dietro un angolo. Kim gli fu grata per aver rispettato la sua decisione fino alla fine, per non essersi voltato e in generale per tutto ciò che aveva fatto per lei. Cose che lei non avrebbe più potuto ricambiare e che, in ogni caso, non era mai stato in grado ricompensare e nemmeno di meritare.

Lo aveva detto a Daniel e lui le aveva risposto con una delle sue inesauribili citazioni.

“L’amore non accetta baratti da mercanti.” Ma ora Kim non riusciva a ricordare chi fosse l’autore, neppure a contestualizzare quella giornata. Quante cose ancora avrebbe dimenticato andando avanti con la vita? Sorrise pensando che in realtà bastavano quelle poche che ricordava per continuare.

Era ormai sera, quando Kim si voltò e se ne andò nella direzione opposta, assieme con alcuni brevi istanti della sua vita, i pochi meritevoli dinnanzi allo scorrere del tempo.

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