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Bozza: la storia di Shinju

Non è un vero e proprio racconto. Si tratta di un frammento che nelle mie intenzioni doveva fare parte di una storia molto più grande, composta da diari, lettere e il “romanzo” in sé. Ma come ogni mio grande progetto, c’è un punto in cui mi annoia o mi arrendo. 

Avevo, credo, diciassette anni quando scrissi queste pagine. All’epoca la mia passione per il Giappone e la sua letteratura era spaventosa. Così decisi di scrivere storie ambientate nelle città giapponesi che trovavo nei libri che leggevo avidamente.

Shinju era una ragazza giapponese che perde la sorella minore (nel senso che Setsuko sparisce) e la storia doveva un po’ parlare dei sentimenti e della ricerca che questa scomparsa causava nella protagonista. Mi chiedevo all’epoca cosa significasse non avere nemmeno la certezza della morte di una persona da noi tanto amata. Ma allora ero molto ingenua (lo si può notare in alcune frasi, in quel gusto tragico un po’ kitsch) e lo sono tuttora. Chissà, un giorno sarò in grado di scrivere qualcosa del genere. L’argomento ancora m’interessa, l’ambientazione è una bella sfida. 

Nel frattempo, però, lascio andare Shinju, la predecessora di Olivia.

Caroline, nostálgica.


“Diario di Shinju”
In appendice a ‘Japonisme’

 Un mese, Tokyo.

Hanno detto che tenere un diario potrebbe aiutarmi. Dovrebbe funzionare come una valvola di sfogo: riversando i miei pensieri su pagine bianche dovrei allontanarli da me o quanto meno renderli meno intensi. Sono convinta, tuttavia, che sia una presunzione idiota, come la mia abitudine di pensare che immaginando qualcosa, impedisco che si verifichi; ovviamente, al caso disordinato che governa l’esistenza non importa nulla della mia immaginazione (che è davvero limitata, se paragonata alle infinite possibilità del futuro), allo stesso modo, la mia mente, i miei pensieri, se ne fregano di diari o sedute psicologiche.

Il dolore in me, ormai, ha una forma definita e il trascriverlo aumenta solo l’intensità e il suo spazio di dominio. Si plasmerà anche fisicamente e non esisterà più solo nel mio cervello.

Eppure, per una minima speranza, io sto scrivendo: spero, in modo irrazionale, che mi possa un po’ sollevare, o che finisca -a questo punto per me è lo stesso- per farmi impazzire del tutto.

Ricordo di aver sempre odiato quella famosa frase che dice “se non puoi sconfiggere il tuo nemico, alleati con lui.” Ho sempre pensato che fosse la cosa più sbagliata che si potesse dire, insomma, dato che non puoi fare niente contro qualcuno/qualcosa, ti devi arrendere? Sottomettere? Per la personalità forte che vantavo di avere (in maniera del tutto illecita, dato che non credo di averla mai posseduta sul serio), ero convinta fosse un atto di rassegnazione e stava a noi l’essere capaci di cambiare una situazione sfavorevole o di battere il nostro antagonista. Ed è in base a questa convinzione che ho guidato la mia vita, più o meno fino a questo punto.

Invece mi tocca ritrattare ciò che ho creduto finora: dato che non posso più scontrarmi con questo dolore, se proprio non c’è più nulla che io possa fare (e credo che davvero non ci sia più nulla da fare), allora vorrei solo abbandonarmici del tutto… impazzire di dolore, compenetrarmi fino a tal punto da diventare la sofferenza in sé. Così che, diventata dolore, io non lo senta più. È un desiderio puerile, alla fine: voglio solo smettere di soffrire. Potrei uccidermi, è vero. Lo farei anche, se avessi qualcosa in cui credere. Pure qui mi trovo in una situazione di stallo: la mia vita si svolge nel terrore, per la mancanza di fede in un qualsiasi genere di post mortem, così nell’orrore che sarebbe preferibile morire, se solo avessi qualcosa in cui sperare, ma la mia miscredenza mi lega ancora di più a questa vita imperfetta, che è la mia unica certezza.

Per ironia della sorte, sono sempre stata convinta che a scrivere i diari fossero le persone che nessuno vuole ascoltare o che non vogliono essere ascoltate: ipocriti, pusillanimi, delinquenti, malati di mente, emarginati. Se fossimo normali, se non dovessimo nascondere o fingere alcunché, nessuno scriverebbe diari. Non ci sarebbe bisogno di tenere segreto qualcosa.

Invece, poiché temiamo la verità, abbiamo deciso di ammazzare la nostra sincerità e di riversarla in deliranti pagine frenetiche, spesso scritte male e piene di stronzate.  Qui sembriamo darci tutti la possibilità di essere di parte: dalla nostra parte. Fuori, al contrario, ci fingiamo imparziali, razionali e giudiziosi. Oppure a volte fingiamo di essere alternativi, crediamo che comportandoci in un certo modo, possiamo felicemente affermare “io non faccio parte del sistema”. Ma noi siamo il sistema… persino il fatto che qualcuno se ne chiami fuori, fa parte dell’ingranaggio. Nessuno gli sfugge, così come nessuno dice la verità fino in fondo o si mostra per ciò che è realmente. Certo, questo è ovvio… in fondo nessuno vuole sul serio conoscere l’altra persona: ce ne infischiamo (sì, in fondo lo facciamo) della reale sofferenza di qualcuno o della sua felicità… finché non capita a noi, i sentimenti degli altri sono qualcosa di estremamente nebuloso e ignoto. Ma anche dopo aver provato dolore o felicità… quei sentimenti sono pur sempre nostri e non quelli dell’altro e di questo modo, non vediamo mai veramente il nostro prossimo… osserviamo, recepiamo ciò che noi vogliamo comprendere dell’altro: quando il suo dolore è troppo forte da poter compromettere noi, fuggiamo riducendolo a una soglia che per noi è accettabile ma che non è più la sofferenza vera di quella persona.

Però, quando il dolore è così intenso da risultare palpabile, così violento da rischiare di travolgere anche noi, allora, beh, consigliamo di scrivere dei diari o di andare dallo psicologo, in fondo lui viene pagato per ascoltare le sofferenze nella loro misura reale.

E perciò… ecco mi qui. Il mio dolore è diventato tanto terribile da non dover più essere detto, ma solo scritto, lontano dalla gente, giusto per non turbarla.

Illusi! Anche se non parlerò più della mia sofferenza, anche se la riverserò solo in queste pagine, resterà rinchiusa qui finché non prenderà una forma reale e annienterà tutto ciò che troverà sul suo cammino. Se un giorno venisse letto, credo che potrebbe avvelenare l’animo più candido e sobillarlo all’odio nei confronti di un mondo che ha creato e provocato così tante atroci sofferenze.

Ora sì che mi sento sul limitare della follia… Impazzisco, voglio impazzire.

Shinju.

*****

Due mesi, Tokyo.

Non sono molto costante e non è una novità.  Ad essere sincera, la prima volta che ho chiuso questo diario, ho pensato: “non scriverò più.” Non sono molto coerente e, forse, nemmeno questa è una novità.

Sono passate 1464 ore dalla sua scomparsa: è un numero che posso ancora concepire, che nella mia mente può assumere una forma reale e non solo quell’astratta, tipica della matematica… detto così, sembra che non sia passato molto dall’ultima volta in cui l’ho vista: mille quattrocentosessantaquattro ore, delle quali almeno un quarto sono di buio, di sonno. Eppure, è un’eternità.

Il tempo per me non esiste più.

Come prigioniero in una dimensione atemporale, questo attimo di perdita si estende all’infinito; i secondi non passano più, e il dolore pare destinato a sopravvivere per sempre, senza mai attenuarsi.

Mi chiedo: lei come vive questo momento? Se lo vive, ovviamente.

Io lo subisco morendo, non più alla consueta velocità con cui si abbandona la vita: scivolo in fretta verso la fine, me ne accorgo e lascio che la gravità agisca, inesorabile, su di me.

Ma qualcosa non funziona, anche se sto morendo dentro, il mio corpo fuori resta ancora in piedi: cammina, respira, ogni tanto mangia. Mantiene l’interfaccia sociale che è la sua vera funzione. Ma io non voglio comunicare con nessuno, perché l’unica cosa che si rispecchia negli altri è il mio aspetto mediocre e l’ambiguità delle mie frasi, l’incomprensione, poi, distrugge qualsiasi base di fiducia.

Setsuko era una persona preziosa per me. Finalmente lo scrivo, ma a parole sembra una cosa di poco conto. La profondità del legame che avevo con lei non è esprimibile in questi segni convenzionali che chiamiamo lingua. Se lei è da qualche parte, forse percepisce la sincerità dei miei sentimenti… ma anche questa resta un’illusione e l’impressione di non essere compresa nemmeno dalla causa della mia sofferenza, mi distrugge.

Cerco un motivo. Non m’importa di che genere, cerco solo una ragione, non perché pensi in questo modo di darmi pace, quanto perché renderebbe la mia tristezza fondata e direzionale. I miei sensi di colpa troverebbero un senso e un soggetto al quale rivolgersi. E anche il mio odio.

Dicono che ci voglia solo del tempo. Per cosa? Per dimenticare?

No, ci sono semplicemente cose che non puoi dimenticare, altri dolori che non puoi superare, cose che non puoi ricordare, e altre che, anche con tutto il tempo del mondo, non si riescono mai a raccontare o accettare.

Qualsiasi cosa accada, una parte di me è già andata via. Comunque vada, la vita, d’ora in avanti, non sarà mai come prima.

Ieri sera Akatsuki è venuto a trovarmi. Ha portato qualcosa da mangiare e mi ha chiesto come stessi. Alla fine, però, non avevo granché da dire e nessuno di noi aveva fame, così, come da molto tempo a questa parte, abbiamo finito per fare l’amore.

Ho notato che non sappiamo più come comportarci l’un con l’altra e va sempre a finire che restiamo a lungo in silenzio o ci diciamo banalità. Suppongo che abbiamo preso a fare l’amore così spesso per evitare la noia. Solo che più andiamo avanti, più mi accorgo che non possiamo continuare. Eppure… non riesco a finirla: mi sentirei ancora più vuota se ogni tanto non arrivasse lui a scuotermi.

 

 

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