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Una parte per il tutto: dalle periferie dell’universo

-Eroi per un nuovo mondo-

Oggi a Lima ci sono venticinque gradi. A Milano, invece, l’inverno sembra non conoscere tregua. Un’altra mattinata con temperature sotto lo zero, la brina sugli alberi spogli, frammenti di ghiaccio scintillando sul marciapiede e sull’asfalto. Eufemia ricontrolla lo schermo del telefono, prima di metterlo in tasca e allontanarsi a passo svelto dalla stazione di Greco Pirelli. Il treno è arrivato in ritardo, di nuovo: ormai è una consuetudine, come rabbrividire sotto il cappotto pesante.
Più di dieci anni in Italia e sembra che ancora il suo corpo non si sia abituato al freddo dell’inverno, al caldo dell’estate. Ai temporali e al polline. Le sue risposte fisiche le ricordano che quella non è casa sua – come la voce dei comizi di certa gente, come i commenti sussurrati, a volte urlati per strada, e quell’accento spagnolo che non sparisce mai, i “de” che s’infiltrano nel discorso, le “v” che sono sempre “b”, le “s” sempre sorde- tutto quanto le dice che quella non è casa sua. Eppure, lei sente che non è vero. Tutto quel tempo passato lì, vorrà pur significare qualcosa; e comunque, Eufemia Quispe Mamani non tornerà indietro. Come le piante infestanti che crescono ai bordi della strada, tra le piastrelle del marciapiede rosso che caratterizza Bicocca, esattamente come quelle piante, Eufemia resiste, è parte del paesaggio.
“Nosotros somos como la higuerilla…” mormora, con le labbra rinsecchite dal vento. Julio Ramón Ribeiro ha riassunto, in una frase, il destino di una intera umanità. Si ricorda sempre di quel racconto, quando da fuori cercano di farla vergognare. Eufemia è come la higuerilla, senza chiedere favori a nessuno, solo un po’ di spazio per sopravvivere. Lo è sempre stata, fin da piccola.
I suoi genitori avevano lasciato Cerro de Pasco per raggiungere Lima, alla ricerca di qualcosa di meglio. Quel desiderio trasmesso ai figli, Eufemia non era stata forse tanto vicina a raggiungerlo? Aveva camminato dritto lungo la sua strada. E anche allora, quante voci non avevano detto che Lima non era il suo posto? Che il suo accento non era quello giusto? Che il suo aspetto era troppo serrano?
Si ferma davanti alla porta dell’U6. Già, c’era stato un tempo in cui aveva seguito la sua strada senza distrarsi. In quel periodo, anche lei attraversava le porte di un’università, in quegli anni in cui era stata il grande orgoglio dei suoi genitori e di se stessa: l’artefice materiale di sogni vaghi, del desiderio di fare di meglio.
Eufemia sospira, come fa sempre prima di entrare al lavoro: come può Bicocca riassumere la sua storia così bene? Sarebbe un espediente letterario mediocre, se non fosse proprio la sua vita.

Era rimasta incinta poco prima di laurearsi in letteratura. I suoi genitori si erano sentiti traditi e l’avevano cacciata di casa, il fidanzato si era dissolto nel nulla velocemente, mentre la sensazione di fallimento, la certezza di avere sabotato se stessa cresceva col progredire della gravidanza. Non avrebbe mai potuto allevare quella bambina: sentiva di non volerle e di non volersi bene.
Quando ebbe le doglie, si trovava nella casa di una famiglia ricca, ad asciugare i piatti del pranzo. Non aveva nemmeno monete per chiamare da un telefono pubblico l’ambulanza. La signora della casa si era offerta di farlo, ma Eufemia doveva andarsene un po’ più lontano, così che quando fossero arrivati i medici, la sua famiglia non venisse coinvolta in domande scomode, del perché una donna gravida lavorasse in nero in una casa di ricchi borghesi.
Aveva deciso di non tenere la bambina. Che prospettive poteva offrire a quel nuovo essere umano? Ma sentire il suo pianto e vedere gli occhi neri della creatura, sentire la sua pelle oleosa contro la sua… nessuno sarebbe venuto a trovarle, erano sole al mondo. Forse, separandola da sé, avrebbe avuto una vita migliore. Ma Eufemia dopo avere trovato qualcuno a cui aggrapparsi, qualcuno per spezzare la solitudine, non voleva più lasciarla andare. Era egoistico, irrazionale, probabilmente non si trattava d’istinto materno: strinse solo quel fagotto fra le sue braccia, rifiutando di lasciarlo andare. Ora sarebbero state in due, lei si sarebbe presa cura di Micaela. E quel desiderio informe, “qualcosa di meglio”, rientrava nuovamente nel suo destino.
“Sognare non costa niente” è probabilmente la frase che più odia al mondo. Costa e costa caro, Eufemia lo sa meglio di chiunque altro. Aveva sognato un futuro brillante per se stessa e invece aveva conosciuto solo la durezza della sconfitta, aveva sognato un amore perfetto e si era ritrovata sola con una bambina. Ma ha avuto il coraggio di sognare ancora: qualcosa di meglio per Micaela. È così che ora si trova nell’U6 di Bicocca. Il prezzo dei suoi sogni è stato più di diecimila kilometri di distanza dall’unica persona che ami veramente sulla Terra, un po’ di solitudine in una casa che non è casa sua pur essendolo in qualche modo.
Spinge il carrello delle pulizie tra i corridoi dell’U6, qualche studente è già arrivato: li vede sbadigliare vistosamente sopra i libri, li vede scendere al piano del ristoro, sicuramente alla ricerca di altro caffè. Un tempo, anche lei aveva sbadigliato sui libri, aveva desiderato del caffè per concentrarsi meglio. Bicocca le ricorda questo, le ricorda le citazioni degli autori che tanto ama, l’ermeneutica, la storia travagliata del suo paese e la sua letteratura come campo di lotta e liberazione. Le ricorda il suo fallimento. Poi sorride. Anche se a Milano fa freddo, a Lima ci sono venticinque gradi oggi. Micaela starà al caldo, la chiamerà più tardi la sera. Magari l’anno prossimo riuscirà a portarla in Italia, magari tra qualche anno Micaela sbadiglierà sui libri e andrà a prendere il caffè nelle macchinette del piano sotterraneo…


Questo racconto ha partecipato al concorso “Un giorno in Bicocca…” e si può trovare anche in questo link: 

 https://www.biblio.unimib.it/it/terza-missione/concorso-letterario

Ho preferito comunque ripubblicarlo qui, perché… perché è mio (complessa argomentazione). No, in realtà, questa scelta risponde al mio desiderio di avere una visione più unitaria dei miei scritti “finiti”. Il mio computer è pieno di bozze su bozze e versioni 1,2,3 ecc. Perciò capire quando un racconto è completo ed è “pronto”, non è affatto facile.
Consiglio comunque di visitare la pagina della biblioteca di Bicocca: ci sono altri racconti che hanno partecipato al concorso e… bello. 

Ah, non so che dire. 

Personalmente penso che sia un racconto complesso, non per lo stile che in realtà è molto semplice e colloquiale ma per gli “ipertesti”. 

Caroline, exótica. 

 

2 risposte a “Una parte per il tutto: dalle periferie dell’universo”

  1. Un racconto emozionante, avvincente. Complimenti! Aspetto di leggerne altri..

    1. Avatar Caroline de Rua dos Douradores
      Caroline de Rua dos Douradores

      Grazie 🙂 (finalmente ho capito come funziona la moderazione dei commenti qui).

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