Quando pensava alla propria giovinezza, un poco di quell’antico narcisismo risaliva come un brivido lungo la sua schiena, e si palesava al mondo esterno in una sonora risata. Si abbandonava per alcuni istanti alla vanità di quegli anni, poi, scuotendo la testa, ricacciava negli antri della memoria quella vecchia gloria.
Al mattino, la faccia raggrinzita allo specchio lo indispettiva: non era in grado di collegare quelle rughe e quelle macchie al viso pulito e liscio di una volta. E pensare che per molti anni il tempo era stato clemente con lui. Ma, tutto d’un tratto, i secondi avevano graffiato la sua pelle ed indebolito le sue ossa, e si era ritrovato intrappolato in una lenta gabbia scricchiolante.
Y.K afferrò il bastone di ebano scuro e uscì di casa. Fuori, la primavera era esplosa in un putiferio di colori. Rievocò, allora, con tale realismo da farlo sembrare un’allucinazione, il giorno in cui lei aveva sussurrato “aprile è il mese più crudele”, guardando i ciliegi in fiore a Kyoto. Quello era stato senza dubbio uno dei loro viaggi più interessanti: c’era qualcosa di mistico nell’aria, che bene si accordava all’aura taciturna della coppia. Ricordò di aver risolto, lì, alcuni degli enigmi della sua piccola sfinge e di avere limato, per quanto possibile, gli angoli del proprio spigoloso carattere.
Y.K sospirò. Credeva che la strada si allungasse, giorno dopo giorno, e invece erano solo i suoi passi a farsi sempre più corti. La vita gli era diventata più difficile di un tempo, più avversa, più odiosa; eppure, ora che avrebbe avuto motivi per cedere alla stizza tipica della sua maturità, Y.K si era trasformato in un pacifico vecchietto arrendevole: dell’anticonformismo e della fierezza del passato, non era rimasta traccia.
Quando si sentiva frustrato da questa nuova versione di sé stesso, si diceva –ironicamente- che era tutto dovuto ad una mancanza di energie, prosciugate dall’insolita relazione che si era sforzato di sostenere per quasi mezzo secolo. Il fatto era che a volte gli sembrava che le due persone più difficili del pianeta avessero deciso di stare insieme, nonostante tutto. Nelle notti passate da solo, sui comodi letti degli hotel, questa idea gli balenava in testa, e allora sentiva l’impulso di prendere il telefono, per dirle che era finita. In un paio di occasioni era anche successo, ma non c’era stato modo –né per lui, né per lei- di lasciar perdere. Tornava sempre dalla sua malinconica principessa. E lei correva incontro al suo cinico amante.
“Il solito mazzo di dalie?” chiese la fiorista, facendolo riemergere dai ricordi.
“Sì”
Frugò nelle tasche, alla ricerca di una banconota.
“Tenga il resto” disse.
Uscì dal negozio con un passo più svelto.
“Signor K.! Salve! Che onore incontrarla!” un uomo sulla quarantina gli si avvicinò, tendendogli la mano.
‘Incontrarla’, l’anziano si sentì truffato dalla scelta arbitraria delle parole del giovane. Ormai erano in tanti a conoscere il suo pellegrinaggio quotidiano e non di rado gli capitava di trovarsi strani soggetti sulla sua strada. Rispondeva ai saluti con un cenno del capo e cercava di fuggire alle foto indiscrete. Che c’era di entusiasmante in un vecchio prossimo alla morte? Ecco qualcosa che avrebbe voluto sparisse con la senilità: l’invadenza della fama, ma in qualsiasi modo ci avesse provato, era stato comunque raggiunto.
“È questo il prezzo delle passioni travolgenti” ripeteva spesso lei, ed infatti, Y.K concordava che a portarlo all’estremo della notorietà era stato l’amore per la sua arte: era a questa dedizione che doveva gli aspetti più grandi ma anche i più penosi della propria esistenza. Aveva barcollato sul limitare della follia nel nome della sua musa e aveva trascurato la compagna per abnegazione al mestiere. Ed era stato anche lui bistrattato per devozione ad un’arte diversa, ed era stato scelto –e aveva scelto- per ammirazione al talento.
Non mancava molto alla fine della sua traversata. Di fonte a lui, gli alti cipressi del cimitero erano inondati dalla luce solare. Così, nello splendore della primavera, nemmeno quello sembrava un cattivo posto.
Ed allora sentì il peso degli anni montargli addosso e la solitudine di tutto quel tempo trascorso da solo, e capì, finalmente, il reale motivo del suo rammollimento e pensò che, dopotutto, aprile non era un mese tanto crudele.
Ho scritto questo raccontino più di… 3 anni fa? Non lo so, ogni volta che lo rileggo mi sembra sempre più falso e più brutto.
C’era anche in questo caso una traccia, ma preferisco tenerla per me… si scoprirebbe subito dove sta l’inganno.
Caroline, mentirosa.
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