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Monologo cainita

Il cielo si era addensato sulla sua testa. Non erano nuvole cariche d’acqua, né presagio di tempesta in arrivo: era l’occhio di Dio che l’osservava, ancora in silenzio. Lo aveva già avvertito, da bambino, quel pesare del cielo su di lui.
“Che hai fatto?” tuonò la voce del Creatore.
Amava suo fratello. Era un uomo buono e sorridente. Generoso. Caino avrebbe voluto somigliargli almeno un po’, così da essere amato e poter amare se stesso finalmente. Aveva cercato di imitarlo e l’unico risultato erano state lacrime scivolando sulle sue guance e il sangue di Abele che ancora imbrattava le sue mani. Eppure lui lo aveva amato tanto quel fratello perfetto, persino, davvero, più di se stesso.
“Che cosa hai fatto?” di nuovo la voce del cielo che gravava su di lui.

“Ho ucciso la creatura più amata di tutta la Terra” ma non lo disse.
Aveva condotto Abele nel posto in cui credeva tutto fosse iniziato: quando per la prima volta aveva sentito l’occhio divino opprimerlo.
Era stato un bambino irrequieto, sempre alla ricerca di giochi nuovi: la Terra era tanto grande, perché accontentarsi di un piccolo giardino?
“Assomiglia a te” diceva Adamo a sua moglie, con disprezzo.
Caino non capiva il paragone: Eva era una donna così spaventata dalle novità, sempre ligia al dovere e alle parole del Signore. Come poteva assomigliare la sua povera mamma timorosa persino di respirare troppo forte, a lui che scavalcava staccionate e si addentrava in fitti boschi?
Crescendo, Caino aveva capito, perché era diventato anche lui un uomo che odiava la sua stessa natura. Per quello ricordava gli anni dell’infanzia come i migliori per lui. Allora non c’era peccato in quello che faceva: era solo curiosità di conoscere.
Abele, invece, si accontentava del giardino e di giorni sempre uguali. Poiché era ubbidiente, veniva spesso lodato. Ma nonostante ciò, si volevano bene: erano differenti e così trovavano il loro equilibrio; Abele si divertiva coi racconti di Caino e a lui ricordare le avventure, gli permetteva di viverle nuovamente e superare la noia.
“Dovresti venire con me un giorno.” Gli aveva detto un pomeriggio. “C’è molto da vedere oltre la siepe.”
E Abele, terrorizzato, lo aveva seguito nella seguente escursione. Presto il timore era scomparso dal suo volto: annusava e toccava fiori mai visti prima, inseguiva animali sconosciuti, quasi fantastici. La Terra sembrava donarsi al fratello che aveva superato le sue paure. Caino aveva riso di cuore insieme ad Abele, felici come non lo erano mai stati. Stava calando la sera, quando si erano accorti di essere troppo lontani da casa.
“Presto, presto, bisogna fare presto Abele!” lo incitava perché non restasse indietro. Abele sbadigliava e diceva che gli facevano male le gambe.
Erano arrivati al fiume che avevano attraversato quella mattina, ma il flusso era aumentato e il tronco che fungeva da ponticello era quasi sommerso. Abele piangeva e a Caino dispiaceva così tanto vedere solo terrore in un viso prima radioso.
“Non temere, tieni forte la mia mano, ce la farai!”
La corrente trasportava sassolini e rametti che colpivano le loro caviglie, Caino era stato sul punto di cadere parecchie volte, ma la mano tremante di Abele sulla sua spalla, lo aiutava a continuare ad avanzare, nonostante il dolore e la paura.
Caino era riuscito a mettere il primo piede sulla terra ferma, quando sentì un piccolo urlo di Abele e uno strattone: suo fratello aveva perso l’equilibrio e l’unica cosa a trattenerlo era la sua presa ferrea ai vestiti di Caino. Adamo ed Eva correvano nella loro direzione urlando, ma alle orecchie di Caino arrivava solo il rumore dell’acqua e le suppliche di Abele.
Aveva sentito pezzi di legno conficcarsi nei suoi piedi, ma non ci badava, si limitava a tirare con tutta la forza che aveva in corpo.
Era riuscito a riportarlo a riva. Abele non smetteva di piangere, mentre correva ad abbracciare i loro genitori. Caino, zoppicando, si era avvicinato lentamente, sorridendo un pochino, aspettandosi anche lui un benvenuto, un ringraziamento magari. Ma si congelò sul posto, quando sentì lo sguardo gelido di Adamo ed Eva.
“Sei cattivo come il diavolo, volevi uccidere tuo fratello, bastardo” aveva sibilato sua madre.
I suoi occhi si erano riempiti di lacrime. Ricordava di aver sollevato lo sguardo verso il cielo, cercando conforto, ma aveva visto solo come si addensava su di lui, pesantissimo.
“Che cosa hai fatto?” gli aveva chiesto allora quella voce, proprio come faceva in quel momento.
E come nei giorni della sua infanzia, Caino si limitava a piangere disperato e solo.

C’era una traccia. Bisognava scrivere sull’infanzia. 
Caroline, hereje.

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